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Idee | 26 settembre 2025 | 06:00

"Non siamo saliti in malga per trovare l’atmosfera di un bar sul litorale di Jesolo". L’assenza di rumori artificiali non è un vuoto da riempire, ma un pieno da provare a scoprire

Un signore chiede alla proprietaria di una malga di abbassare il volume della radio. Lei si rammarica in modo sincero, ma non tanto a causa dell’insoddisfazione del cliente, bensì per l’incrinatura di una certezza: a qualcuno il sottofondo musicale può non piacere. Un episodio che invita a riflettere sul fenomeno della "musica passiva", sempre più diffuso anche in montagna

Questo articolo si rispecchia nei nove punti del Manifesto,
di cui il Comitato scientifico dell’AltraMontagna è garante.

Ma anche a voi dà fastidio la musica?

“Eh sì”.

“Ma ci hanno detto che di solito piace. Però non siete i primi a domandarmi di chiudere la radio o di abbassarla”.

“A noi dà un po’ fastidio, perché facciamo fatica a parlare. Non siamo saliti in malga per trovare l’atmosfera di un bar sul litorale di Jesolo”.

 

Lo scorso agosto mi è capitato di assistere a questa conversazione. Un signore, quasi certamente un turista, aveva appunto chiesto alla proprietaria di una malga di abbassare il volume della radio. Lei sembrava rammaricata in modo sincero, ma non tanto a causa dell’insoddisfazione del cliente, bensì per l’incrinatura di una certezza: a qualcuno il sottofondo musicale può non piacere.

 

L’episodio della malga è tornato a sollecitare il mio interesse leggendo, su Repubblica, un articolo intitolato Vi prego, spegnete la musica di sottofondo. Era a firma di Nicola Piovani, pianista, compositore e Oscar nel 1999 per le musiche del film La vita è bella.

 

Piovani sviluppa una riflessione sulla “musica passiva”, ossia quella musica che ascoltiamo contro la nostra volontà: tra gli scaffali dei supermercati, seduti al bar, al ristorante, nella sala d’attesa di qualche ferrovia. 

 

“Sono tornato – racconta Piovani – in un hotel della scogliera amalfitana dove, anni fa, dalle finestre la sera entrava in camera il suono delle onde marine sulla battigia. Oggi in quella stessa stanza si sente la musica di una vicina discoteca, soprattutto le frequenze basse”.

 

“L’horror vacui detta legge. Il silenzio sta diventando sempre più raro e prezioso”, prosegue l’articolo, evidenziando quella che si sta trasformando in una consuetudine: coprire il silenzio o, meglio, i suoni che caratterizzano un contesto.

 

L’assenza di rumori artificiali non è un vuoto da riempire, ma un pieno da provare a scoprire: non solo perché arricchisce le relazioni (con le persone e con il territorio), ma anche perché favorisce pensieri e considerazioni.

 

La “musica passiva” è, invece, una sorta sedativo esperienziale. Impoverisce il nostro vissuto, isolandoci, anestetizzando gli impulsi che ci pongono in dialogo con il contesto e la paura di rimanere con se stessi. 

 

Prenderne coscienza è prezioso non solo in malga, ma anche in città e lungo i litorali.

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