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Idee | 10 ottobre 2025 | 18:00

Perché le bandiere palestinesi vengono issate sulle vette delle montagne?

Può risultare interessante soffermarsi brevemente su una dinamica sociale evidenziata proprio dalle bandiere: l’accresciuta tendenza a considerare i rilievi come un amplificatore di emozioni, ma anche di messaggi politici, culturali o religiosi

Questo articolo si rispecchia nei nove punti del Manifesto,
di cui il Comitato scientifico dell’AltraMontagna è garante.

Sventola la bandiera sulla vetta di una montagna. Oppure penzola, quando si affaccia sul precipizio di una parete. Si sdraia placida su qualche pietra, avvolgendola fino a richiamarne in parte le forme. Oppure si staglia, come un arazzo, sulla facciata di un rifugio.

 

Non dico che il fenomeno abbia acquisito una cadenza quotidiana, ma quasi: nelle ultime settimane, all'indirizzo e-mail de L'Altramontagna stanno arrivando numerose segnalazioni di bandiere palestinesi esposte tra i rilievi.

 

Grandi, piccole; accompagnate da un testo oppure svincolate dalle parole, come a suggerire di cercare il messaggio nel simbolo. E il messaggio portante, da molti condiviso, è chiaro: la solidarietà al popolo palestinese. Un sentimento genuino, profondamente umano, che si attiva quando all’orizzonte si staglia il profilo bieco della prevaricazione (ne abbiamo parlato in questo editoriale).

 

Può tuttavia risultare interessante provare a soffermarsi brevemente su una dinamica sociale evidenziata proprio da queste bandiere: l’accresciuta tendenza a considerare i rilievi come un amplificatore di emozioni, ma anche di messaggi politici, culturali o religiosi (pensiamo ad esempio alle croci di vetta o alle bandiere di preghiera tibetane).

 

Le montagne hanno nel tempo acquisito una carica simbolica tanto forte da essere percepite come megafono di sollecitazioni antropiche, al punto che viene quasi spontaneo dedurre che una delle più celebri citazioni dell’alpinista Reinhold Messner (“Bandiere sulle montagne non ne porto: sulle cime io non lascio mai niente, se non, per brevissimo tempo, le mie orme che il vento ben presto cancella”) non riesca più a riflettere un sentire diffuso.

 

Il desiderio - una forte pulsione, nelle ultime settimane - di contribuire con la propria voce al dibattito sul conflitto israeliano-palestinese non si materializza esclusivamente nelle piazze cittadine, ma emerge nitido anche su quelli da molti ancora considerati come degli spazi “politicamente sterili”.

 

Tuttavia, da quando l’essere umano vi ha posato lo sguardo, forse “politicamente sterili” le montagne non lo sono mai state.

 

Simboli, amplificatori di simboli, orme, orme cancellate dal vento. Quello sguardo è cambiato e continuerà a mutare, così come si trasformeranno le traiettorie culturali entro cui si sviluppano i comportamenti umani. L’auspicio è che, prima o poi, trovino una convergenza in un autentico sentimento di pace.

Una pace equa, talmente giusta da lasciare alle vette e alle pareti solamente un vento che arriva da lontano, dopo aver oltrepassato quei confini e quelle divisioni che tanto inquietano il nostro vivere.

 

 

Immagini in copertina del Collettivo anonimo Dolomiti Gaza

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