Sarà la formazione a salvare le montagne? Il caso della Londa School of Economics (Londa, sì, non Londra)


Si tratta di una scuola di alta formazione in montagna: un metodo che al tempo stesso è una provocazione. La scorsa settimana due membri del nostro Comitato scientifico hanno partecipato a uno dei corsi proposti, dedicato all'Ecologia politica. Da questa esperienza sono scaturite alcune riflessioni sul valore del formarsi non solo sui temi della montagna, ma anche, fisicamente, stando in montagna

di cui il Comitato scientifico dell’AltraMontagna è garante.
La sala è abbellita da sagome di animali, dispositivi di protezione individuale per il lavoro in bosco, motoseghe e altri attrezzi da boscaioli. Le finestre danno sul mantello forestale dell’Appennino ormai in veste autunnale. Se qualche rumore “disturba” le lezioni è quello di un trattore o di un pick-up che passano, nel tragitto verso campi e boschi. Non sembra di essere all’interno di una Scuola di economia, eppure… è proprio così.
Lo scorso fine settimana abbiamo partecipato alla masterclass in Ecologia Politica della “Londa School of Economics”. Sì, Londa (in provincia di Firenze), non Londra: una scuola nata nell’Appennino toscano, nella Montagna fiorentina, con l’obiettivo di ricentralizzare i margini e provare a immaginare modelli alternativi di economia e di abitabilità di questi territori, a partire proprio dal formarsi nelle stesse montagne. La Scuola, ideata e organizzata da LAMA Impresa Sociale, nasce come “sorella” rispetto a un’esperienza relativamente vicina, nata nell’Appennino bolognese: quella della Scuola di Ecologia Politica in Montagna del collettivo Boschilla.
Forse non è un caso che proprio qui il tema dell’ecologia politica sia percepito come centrale. La sua complessità, intesa come rifiuto delle semplificazioni, permette di collegare il concetto di “sostenibilità” alle dinamiche di potere, alle disuguaglianze e alle ingiustizie strutturali, riempiendo di nuovi contenuti e riflessioni questo termine a volte abusato. Così facendo, analisi e proposte vengono ricondotte ai territori rurali marginalizzati - come le aree interne e montane italiane- mostrando quanto la questione ecologica sia strettamente legata sia alla loro periferizzazione, sia alle loro possibilità di rivitalizzazione.
Ma per affrontare la complessità, è necessario formarsi, e farlo indagando più punti di vista. L’esperienza di Londa, di per sé isolata e immersiva nei tre intensi giorni in cui è stata strutturata, ci ha fatto riflettere sull’importanza della formazione in montagna attraverso la lente dell’ecologia politica.

Venire a formarsi in luoghi come la Foresta di Rincine, di proprietà regionale e gestita dall’Unione di Comuni Valdarno e Valdisieve (in comune di Londa, ma isolata rispetto al centro del paese) è parte di un metodo che è al tempo stesso una provocazione: un modo per dichiarare che non ci stiamo a seguire i soliti paradigmi economici che ci hanno portato fino a qui; un modo per vedere dal vivo ciò di cui realmente si parla. Osservare, ad esempio, come qui da vent’anni sia presente uno spazio informativo e formativo all’interno di una foresta attivamente gestita e certificata, dove si producono beni e servizi conservando però le peculiarità ambientali e paesaggistiche del territorio, significa toccare con mano alcuni dei nodi centrali dell’ecologia politica. Significa beneficiare dell’immersione nel luogo che ospita ma anche avere la possibilità di restituire qualcosa. Se poi alle formazioni partecipa chi ha già una certa sensibilità alle tematiche proposte, spesso alternative rispetto ai modelli formativi a cui siamo abituati, portare persone da tutta Italia ed esperti ed esperte nazionali in un paese di 1000 abitanti diventa anche un modo per organizzare incontri pubblici, dibattere e discutere con chi vi abita, se necessario anche in modo acceso, pur di aprire nuovi scenari.
Ma da cosa scaturisce questa richiesta di formazione? Chi partecipa a questi corsi?
Una Scuola come la Londa School of Economics diventa, in un certo modo, non solo un luogo di formazione, ma anche una piattaforma d'incontro per chi sta provando a portare un cambiamento nel proprio territorio. Al corso a cui abbiamo partecipato c’erano persone dalle Alpi, dagli Appennini centrali e anche meridionali, dalle città come dalle montagne. Perché, oltre a formarsi, c’è il bisogno di incontrarsi e condividere esperienze e vissuti: non pensarsi come isole in un arcipelago, ma piuttosto come nodi di una rete… una rete ecologica, appunto. Si partecipa sapendo che si troveranno contatti, connessioni, nuovi stimoli da portare a casa, da rielaborare e condividere.
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Ed è proprio dall’incontro di esperienze diverse e dal confronto che nascono altre idee e nuovi bisogni formativi. In questo momento, ad esempio, si sta discutendo molto su quali siano i criteri per definire cosa è montano e cosa no; su quanto sia fondamentale avere le competenze giuste per raccontare la montagna di oggi; su come sarebbe necessario ripensare ai ruoli delle figure ritenute “classiche” nella gestione della montagna.
E poi, perché no, proprio partendo dai margini è anche possibile ripensare agli stessi modelli formativi delle università, che hanno bisogno di modificarsi e adattarsi ai bisogni di formazione che cambiano e che sono sempre più necessari sui territori. Pensiamo ad esempio alle figure degli Agronomi e dei Forestali. Con l’evolversi delle foreste e della loro incidenza sul territorio delle aree interne e montane - superando il 70% di copertura in molti contesti - queste professioni devono interfacciarsi con nuove sensibilità, con un’epoca di policrisi (climatica, ambientale, sociale) e con la consapevolezza di pianificare un equilibrio gestionale a scala di paesaggio: dalle riserve integrali delle aree protette ai boschi dediti alla produzione di legname da opera, passando dalle varie forme di gestione e di possesso delle foreste (gli assetti fondiari collettivi, la gestione pubblica o privata fino a modelli innovativi come le associazioni fondiarie - ASFO). Ai dottori Agronomi e Forestali è sempre più richiesto di avere anche competenze sociali, di diventare “animatori territoriali”, di mettere quindi a sistema le varie istanze degli attori presenti sul territorio avendo quindi strumenti efficaci per farlo. Anche in questo caso la formazione diventa quindi necessaria, una priorità irrinunciabile. E dove formare queste figure centrali se non all’interno degli stessi territori?
Ecco, magari proprio da Londa, da Castiglione dei Pepoli, o da qualche altro paese dell’Appennino o delle Alpi potrebbero partire questa e altre proposte innovative di formazione. Volendo essere un po’ “mitomani” e ambiziosi, pensiamo che esse possano avere la forza di influenzare i modelli formativi contemporanei, arrivando dritte anche al cuore delle città, nei luoghi dove l’ecologia politica trova più difficoltà ad esprimersi e realizzarsi.
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Allargando lo sguardo, ci piace immaginare che questa uscita dai margini per ricentralizzare la montagna non riguardi soltanto l’alta formazione, ma che possa contaminare anche il modo in cui vengono organizzate le scuole, quelle “classiche”: dagli asili alle elementari, dalle medie alle superiori, rendendole consapevoli delle tante opportunità - oltre che dei limiti - di fare formazione in montagna.
Forse non sarà la formazione a salvare le montagne, ma di certo potrà avere un ruolo nel ridare centralità a questi spazi, nel riempirli di nuovi significati, nell’indicare una rotta per chi magari vorrà abitarli, immaginandovi anche un progetto di vita.
L’economia si può studiare, si deve studiare, anche a Londa… non solo a Londra!













