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In Aula la mozione leghista che per combattere la violenza sui social scade a sua volta in stereotipi razzisti (e parla di attacchi cibernetici)

Nel provvedimento approvato con i voti della maggioranza si fa riferimento “all’inesistente rispetto della dignità femminile di talune culture diversa da quella italiana” e ad appellativi che di per sé hanno un significato sconclusionato: “Donne che hanno subito un attacco cibernetico” o razzista “magrebino”

Di Tiziano Grottolo - 05 febbraio 2020 - 18:49

TRENTO. Una mozione un tanto al chilo partita da un intento, almeno sulla carta, nobile per combattere la violenza sui social, ma che si è trasformata in un minestrone dall’insipido retrogusto di razzismo.

 

Facciamo un po’ d’ordine: proprio stamane la mozione che vede come prima firmataria la leghista Alessia Ambrosi dal titolo “Social network e violenza urge più formazione e prevenzione” è stata approvata dopo un lungo e animato dibattito e solo dopo che il presidente Kaswalder ha messo in votazione dispositivo e premessa per parti separate, infatti quest’ultima ha suscitato le polemiche maggiori. Per la cronaca la premessa ha ottenuto 18 voti favorevoli 5 contrari, 1 astenuto e 7 consiglieri non hanno partecipato al voto. Il dispositivo 24 voti favorevoli mentre 5 non hanno partecipato al voto, con una modifica chiesta dalle minoranze per condividerne il dispositivo ma non la premessa.

 

Il documento impegna la Giunta in due direzioni: a continuare a sviluppare un’opera di sensibilizzazione su più versanti a favore di una più capillare e sistematica prevenzione tra i giovani e non solo, rispetto ai pericoli connessi all’utilizzo dei social network, che può risultare insidioso se manca la necessaria consapevolezza. Il documento impegna inoltre l’esecutivo a dare disposizioni affinché la Provincia consideri con maggiore attenzione i pericoli legati all’utilizzo dei social in particolare tra i giovanissimi, utilizzo correlato ai maggiori tassi di depressione e idee suicide. 

 

Peccato però che all’interno della premessa della stessa mozione siano contenuti dei passaggi quantomeno discutibili, fino a sfociare in luoghi comuni e stereotipi razzisti. Ad esempio, facendo riferimento a un caso di cronaca nera, si cita il fatto commesso da “uomo di origini magrebine e residente nel sud Italia” dal quale poi si evince: “Un caso, questo, probabilmente aggravato, inutile nasconderlo (sic!) dall’inesistente rispetto della dignità femminile di talune culture diversa da quella italiana”.

 

Posto che il termine “magrebino” di per sé non connota una nazionalità specifica ma per estensione si riferisce ai territori del Maghreb (un’area che comprende Libia, Tunisia, Algeria, Marocco e Mauritania), ergo a tutti i cittadini del Nord Africa, si vorrebbe anche collegare la necessità dell’intervento con la supposta supremazia della cultura italiana. Epiteti che denotano una certa violenza intrinseca e che riportano alla luce la crescente islamofobia che avvolge il paese (QUI articolo).

 

Un modo per promuovere la vulgata per la quale le donne italiane sarebbero vittime esclusivamente di uomini appartenenti a culture diverse, assolvendo gli italiani. Al contrario, i dati diffusi dal report della polizia “... questo Non è Amore-2019” pur confermando la drammaticità del fenomeno dicono che ogni giorno si registrano 88 casi di violenza contro le donne, più o meno uno ogni 15 minuti (questo il picco registrato a marzo 2019), dimostrano che nel 74% dei casi l’aguzzino è italiano (QUI articolo). Va poi aggiungo che secondo i dati raccolti dall’Istat proprio le donne trentine sono fra quelle che accettano di più, socialmente, la violenza domestica (QUI articolo).

 

Ma probabilmente il punto non è nemmeno questo, quanto piuttosto la volontà politica di voler additare un gruppo etnico come capro espiatorio, alimentando beceri stereotipi quando invece, se si volesse affrontare il problema alla radice, dovrebbero essere coinvolte le persone in quanto componenti della società, senza distinzioni.

 

La mozione partorita dalla giunta leghista contiene inoltre alcuni clamorosi strafalcioni: come quando si asserisce (citando il rapporto Cyber violence against women and girls) che il 73% delle donne ha dichiarato di aver già subito un attacco “cibernetico”, mentre in realtà nel rapporto si fa riferimento alla “violenza virtuale come forma di violenza di genere” (Cyber violence against women and girls appunto), quindi insulti sessisti e non di attacchi cibernetici che sarebbero quelli che un hacker potrebbe condurre con l’intento di sottrarre dati sensibili dai computer, per intenderci.

 

Ma qui in fondo si tratta solo di un'errata traduzione o poca dimestichezza con le tecnologie. E' più interessante rilevare come sia proprio la Lega ad aver promosso un simile provvedimento dal momento che i suoi consiglieri si sono resi protagonisti di una serie di interventi scandalosi. Come quando la consigliera Mara Dalzocchio che, riferendosi alla vicenda di Bibbiano, diceva: “Dica a quel signore che vorrei vedere suo figlio in mano a sta gente”, oppure Devid Moranduzzo che metteva “mi piace” al consigliere circoscrizionale della Lega che affermava “Ci sono i centri sociali da lasciare lì”, alludendo al campo di concentramento nazista di Dachau (Articoli QUI e QUI). Ultimo episodio in ordine cronologico, il consigliere Alessandro Savoi che apostrofava proprio i giornalisti de Il Dolomiti come “culatoni”. Per non parlare di quando Matteo Salvini pubblicava online il numero dell’hotel Nevada di Vason “colpevole” di dare accoglienza ad alcuni migranti o ad altri, numerosissimi, episodi in cui il “il capitano leghista” si comportava come un vero e proprio cyberbullo aizzando i suoi sostenitori contro altre persone.

 

Il colmo però si raggiunge in aula dove, mentre il consigliere del Patt Michele Dallapiccola stava intervenendo per spiegare i motivi per i quali non avrebbe votato la mozione “per contrastare la violenza sui social”, il consigliere Savoi interrompeva l’autonomista apostrofandolo come “pecora”. Insomma la mozione appena votata forse non nasce sotto i migliori auspici.

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