"L'argomento latte crudo costituisce una questione di igiene del dibattito pubblico, prima ancora che una questione di igiene pubblica"

Qualche mese fa è arrivata la conferma dell’accusa per lesioni personali aggravate e l’apertura del processo per omicidio colposo contro il caseificio responsabile del formaggio a latte crudo che tutt’ora costringe in coma Mattia Maestri. Abbiamo raccolto le riflessioni dell’avvocato Paolo Chiarello, professionista di diritto penale e diritto di famiglia, che parla a nome del suo assistito Giovanni Battista Maestri, padre del piccolo Mattia

di cui il Comitato scientifico dell’AltraMontagna è garante.
Qualche mese fa è arrivata la conferma dell’accusa per lesioni personali aggravate e l’apertura del processo per omicidio colposo contro il caseificio responsabile del formaggio a latte crudo che tutt’ora costringe in coma Mattia Maestri. L’avvocato della famiglia, Paolo Chiarello, è intervenuto in risposta alle recenti dichiarazioni del professor Battaglini con alcune considerazioni sullo stato del dibattito pubblico sull’argomento.
“La pretesa 'naturalità' di un formaggio è una gravissima contraddizione in termini. Il formaggio, qualsiasi formaggio, è all’evidenza artificialità pura, prodotto del dominio umano sulla natura. Il ricorso scorretto al concetto di naturalità porta a conseguenze negative ulteriori, perché sottintende, del tutto erroneamente, la superiorità del 'naturale' rispetto all’ 'artificiale'”.

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Recentemente, a seguito degli interventi del dottor Roberto Burioni (QUI articolo) e del professor Luca Battaglini (QUI articolo) sul tema latte crudo, abbiamo ricevuto una serie di richieste di replica, di singoli o associazioni, molti dei quali sono stati direttamente toccati dalla questione, alcuni in modo particolarmente tragico.
Parliamo ad esempio di Marco Damonte, padre di Elia, morto lo scorso anno dopo aver contratto la SEU per aver ingerito un prodotto a latte crudo (QUI articolo). O ancora di Paolo Chiandotto, responsabile dell’associazione Progetto Alice, per la lotta alla SEU, e padre di Alice, la cui vita per 12 anni è stata condizionata da continue terapie e trapianti (QUI articolo).
Le loro voci ci hanno ricordato l’importanza dell’informazione e che dietro ogni numero ci sono famiglie intere che vivono queste situazioni sulla propria pelle.
Questa volta abbiamo raccolto le riflessioni dell’avvocato Paolo Chiarello, professionista di diritto penale e diritto di famiglia, che parla a nome del suo assistito Giovanni Battista Maestri, padre del piccolo Mattia, che nel 2017 (quando aveva quattro anni) ha mangiato un pezzo di formaggio a latte crudo contaminato dall'escherichia coli, e da allora è in stato vegetativo.
Ci sembra che l’intervento dell’avvocato Chiarello possa offrire una serie di spunti di stringente attualità, capaci di un respiro che si estende ben oltre la questione latte crudo.

Di seguito, il testo riportato integralmente:
Intervengo nel dibattito iniziato dall’intervista del professor Luca Battaglini per conto di Giovanni Battista Maestri, papà di Mattia che, come molti sanno, è in stato vegetativo dal giugno del 2017 a causa di una intossicazione da Escherichia coli STEC contratta mangiando del formaggio a latte crudo a pasta fresca.
Il professor Battaglini, che - se ben comprendo dalla consultazione del suo CV e dalla ricerca delle sue pubblicazioni su Google Scholar - è un grandissimo esperto in materia di allevamento di bovini e di produzione lattiero casearia ma non si occupa direttamente di tematiche igienico – sanitarie, senza esitazioni ha affermato di non essere d’accordo con la consolidata constatazione della pericolosità di questi alimenti. Egli è giunto ad usare un artificio retorico - che aveva già dato risultati assai discussi quando, qualche mese fa, era stato utilizzato dal ministro Lollobrigida per cercare di negare le evidenze scientifiche sulla nocività dell’alcol - sostenendo che anche l’acqua di fonte può essere nociva alla salute. Non starò a discutere della evidente fallacia di tale assunto, per arrivare subito a quello che è il punto della questione che, come ben evidenziava l’occhiello nell’intitolazione di quella intervista – “cultura” – è prima ancora che sanitario, un problema culturale. La questione del latte crudo, infatti, costituisce prima ancora che una questione di igiene pubblica, una questione di igiene del dibattito pubblico.
C’è chi, infatti, su questo preciso argomento, ha scritto autorevolmente pagine che ormai costituiscono dei veri e propri instant classic. Mi sto qui riferendo, in primo luogo, al politologo americano Tom Nichols che nel 2017 uscì con un documentatissimo saggio dedicato ai rischi per la democrazia costituiti dal discredito generalizzato nei confronti del sapere e della cultura e dalla conseguente degenerazione del dibattito pubblico. Alcune delle ultime righe di quel bellissimo libro – profetiche a rileggerle quattro mesi dopo l’insediamento quel grande circo Barnum che è la seconda amministrazione Trump – chiariscono i termini della questione: “Quando la democrazia viene interpretata come un’infinita richiesta di rispetto immeritato nei confronti di opinioni infondate, tutto e il contrario di tutto diventano possibili, compresa la fine della democrazia e dello stesso governo repubblicano”. Di queste “opinioni infondate” Nichols fa due esempi. Il primo – ricordo che siamo tre anni prima dello scoppio dell’epidemia di COVID – è costituito dal movimento NO-VAX. Il secondo esempio, quello che qui ci interessa, è costituito dal movimento del latte crudo, esempio, afferma Nichols, di “ignoranza che fa tendenza”, “segno distintivo di sofisticazione culturale”.
A tale proposito, mi è capitato, di recente, tra le mani un libro il cui stesso titolo, uno sconcertante quanto involontario ossimoro. Si tratta, per l’appunto, di un libro dedicato ai formaggi a latte crudo intitolato “Formaggi Naturali”. Orbene, ricollegandoci a Nichols, l’editore di questo testo è “Slow Food”. Il prototipo, cioè, di un movimento che ha grandi pretese, appunto, di sofisticazione culturale e che, per giunta, è di solidissime radici progressiste (che, per inciso, pur essendo le mie, mi permettono di accettare di essere definito “gauche caviar” ma non di essere intruppato nella “gauche fromage au lait cru”). Solo che la pretesa “naturalità” di un formaggio, di qualunque formaggio, è una grossolana contraddizione in termini e denuncia, in chi faccia uso impropriamente di tale concetto, gravissime lacune non solo nell’ambito scientifico ma anche in quello storico, filosofico e letterario. Il formaggio, infatti, qualsiasi formaggio, è, all’evidenza, artificialità pura, prodotto del dominio umano sulla natura. Il ricorso, come detto, scorretto, al concetto di naturalità porta a conseguenze negative ulteriori perché sottintende, del tutto erroneamente, la superiorità del “naturale” rispetto all’ “artificiale”. Dimenticando, così, che, in natura, noi esseri umani sopravvivremmo appena una ventina di anni. Senza andare troppo lontano, ancora nel 1921 l’aspettativa di vita media nel nostro paese era, per gli uomini di 50 anni, mentre un secolo dopo – grazie all’artificialità della medicina e dell’igiene – è aumentata a ben 81,1 anni. Insomma, se non vogliamo pensare al meraviglioso dialogo leopardiano “Dialogo della Natura e di un Islandese”, ci basti una fulminante, aforismatica battuta di John Stuart Mill che, in uno dei suoi saggi sulla religione concludeva: “Anche l’ombrello è contro natura”.
Orbene, e tornando al nostro Nichols, al latte crudo ed ai pericoli per la democrazia, i dati forniti dai Centri per il Controllo delle Malattie Infettive degli Stati Uniti nel 2012 indicano che il consumo di prodotti alimentari a latte crudo comporti una probabilità di causare malattie alimentari 150 volte – centocinquanta volte! – maggiore rispetto ai prodotti pastorizzati. Addirittura, aggiunge il politologo americano: “Un esperto della Agenzia per gli Alimenti e i Medicinali (Food and Drug Administration – FDA), senza mezzi termini, ha definito il consumo di latte crudo l’equivalente alimentare della roulette russa.”
Ma, come si accennava all’inizio, vi sono anche altri testi che permettono di apprezzare e comprendere appieno la tragedia del latte crudo e la sua catastrofe culturale. È il caso dell’opera di uno storico dell’alimentazione come Alberto Grandi, che ha, in realtà, quale suo bersaglio polemico la politica industriale italiana nel campo dell’industria alimentare (e di quella turistica, aggiungerei io). Tale opera, “Denominazione di origine inventata”, si focalizza sulla sistematica mistificazione che pianificate campagne pubblicitarie hanno fatto sui prodotti alimentari italiani. Lo studioso, facendo tesoro dell’opera di Hobsbawm e Ranger, ricorre espressamente al concetto di “invenzione della tradizione” per ripercorrere l’ultimo cinquantennio dell’industria alimentare italiana che, non sapendo competere sul piano della ricerca e dell’innovazione, ha, appunto, inventato tradizioni immaginarie, quasi mitologiche, per dare dei quarti di nobiltà inesistenti ad un comparto che, come tanti altri della nostra manifattura, non ha saputo tenere il passo con realtà industriali di paesi più avanzati.
Ecco come la moda del “naturale” – cioè, nel nostro specifico campo d’interesse, non soggetto all’artificiosità costituita dai trattamenti igienici quali la pastorizzazione – viene nobilitata dalla riscoperta di tradizioni spesso esagerate quando non radicalmente fittizie.













