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Attualità | 25 gennaio 2026 | 05:21

Cosa sarebbe accaduto se le telecamere, invece di Alex Honnold, avessero filmato chi ha seguito in diretta su Netflix la scalata del Taipei 101, il grattacielo più alto di Taiwan?

Honnold ha raggiunto la vetta del grattacielo dopo 1 ora e 31 minuti di arrampicata. Proviamo però a fare luce su una storia laterale, magari meno dinamica, ma pur sempre interessante da un punto di vista antropologico. Ed è la storia dell'essere umano che, in una sorta di sadico feticismo, sembra trovare godimento nel rischio altrui. Un rischio, come sappiamo, potenzialmente mortale. Un tempo queste manifestazioni riempivano gli anfiteatri, oggi ci tengono incollati a computer e smartphone

Questo articolo si rispecchia nei nove punti del Manifesto,
di cui il Comitato scientifico dell’AltraMontagna è garante.
Festival AltraMontagna

Prima di interrogarsi sulle ragioni che hanno spinto Alex Honnold a scalare (con successo e in appena 1 ora e 31 minuti) il grattacielo più alto di Taiwan (508 metri) senza corda, forse bisognerebbe chiedersi: "Come mai questa iniziativa ci interessa tanto?"

 

Proviamo quindi a invertire la telecamera; proviamo a immaginare che la regia, invece di inquadrare l’alpinista statunitense aggrappato alla struttura del Taipei 101, ci filmi per qualche istante, proprio mentre seguiamo sui nostri dispositivi la scalata in diretta su Netflix.

 

Emergerebbe una storia laterale, magari meno dinamica, ma pur sempre interessante da un punto di vista antropologico. Ed è la storia dell’essere umano che, in una sorta di sadico feticismo, sembra trovare godimento nel rischio altrui. Un rischio, come sappiamo, potenzialmente mortale. Un tempo queste manifestazioni riempivano gli anfiteatri, oggi ci tengono incollati a computer e smartphone.

 

È come se i neuroni specchio si attivassero per assorbire l’adrenalina degli altrui azzardi o dalle altrui avventure. La cosa ci piace, ci piace moltissimo, creando una forma di dipendenza con l’adrenalina indiretta. Di conseguenza ne chiediamo sempre di più, bramiamo nuovi video, nuove vertiginose inquadrature, nuove voragini che si aprono sotto i piedi, abissi terrificanti e allo stesso tempo eccitanti.

 

La macchina commerciale che ronza attorno al mondo dell’alpinismo, tutto questo lo sa. Si mette quindi prontamente in moto per appagare i nostri desideri. Così la morte o comunque il suo rischio – come scriveva Chiara Guglielmina in un precedente articolo per L'Altramontagna – "assume oggi un’altra dimensione: non è più soltanto tragedia privata, ma potenzialmente evento mediatico" e, per forza di cose aggiungo io, monetizzabile.

 

Si innesca così un circolo vizioso: più ci nutriamo di adrenalina e più ne chiediamo; e più ne chiediamo e più ce ne viene offerta. Un vortice per qualcuno virtuoso, per altri deleterio. Dipende dai punti di vista. Ma in questo turbinio, puntando nuovamente la telecamera su Honnold viene da chiedersi: cosa rimane della spontaneità che dovrebbe dare vita a un'esperienza personale?

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