In un mondo che continua a scaldarsi, c’è sempre meno spazio per il ghiaccio perenne. Ma come si valuta lo "stato di salute" di un ghiacciaio?

Oggi, purtroppo, non esistono ghiacciai montani in buona salute, capaci di accumulare ghiaccio e aumentare la loro massa. Quello che possiamo imparare a fare è distinguere i ghiacciai che hanno ancora la possibilità di dialogare con il clima, cercando di raggiungere un seppur precario equilibrio, da quelli per cui è invece ormai impossibile: i "glacionevati", "fossili climatici" inesorabilmente destinati a scomparire

Nel primo episodio della rubrica I ghiacciai raccontano abbiamo cercato di capire cos’è un ghiacciaio e quali sono gli elementi fondamentali che lo definiscono. Oggi facciamo un passo in più, concentrandoci sullo stato di salute dei ghiacciai.
Non fraintendetemi, purtroppo ghiacciai che sono davvero in salute al tempo del cambiamento climatico e del riscaldamento globale non ce ne sono. Il motivo, che potrebbe sembrare banale e scontato, è presto detto.
L’aumento delle temperature ha due effetti sui ghiacciai: da una parte incrementa la fusione del ghiaccio e della neve in estate, dall’altra favorisce la precipitazione di pioggia invece che di neve, specie durante la stagione estiva e sulla parte più alta dei ghiacciai. Questi due effetti vanno a intaccare i due processi che governano la dinamica glaciale: aumentano l’ablazione e riducono l’accumulo.
Questo lungo giro di parole per dire che in un mondo che continua a scaldarsi c’è sempre meno spazio per il ghiaccio perenne. Ecco perché quando parlo di stato di salute di un ghiacciaio non intendo distinguere i ghiacciai in buona salute da quelli che invece risentono del cambiamento climatico. A parte rarissime eccezioni (che magari affronteremo nelle prossime settimane), tutti i ghiacciai montani del pianeta, dagli Urali alle Ande, passando per Alpi, Nuova Zelanda e chi più ne ha più ne metta, stanno subendo gli effetti negativi del cambiamento climatico. Nel 2025 non esistono ghiacciai montani in buona salute capaci di accumulare ghiaccio e aumentare la loro massa.
Quello che però possiamo imparare a fare è distinguere i ghiacciai che hanno ancora la possibilità di dialogare con il clima, cercando di raggiungere un seppur precario equilibrio, da quelli per cui invece è ormai impossibile una qualsiasi forma di compromesso con il nuovo clima.
Se ricordate la definizione di ghiacciaio, sono tre gli elementi fondamentali che descrivono un ghiacciaio: un bacino di accumulo, uno di ablazione e il trasporto del ghiaccio a valle. In un periodo di forte recessione glaciale ovviamente il bacino di ablazione è sempre ben sviluppato. Le criticità riguardano il bacino di accumulo. A causa delle temperature più alte, la quota che separa i bacini di ablazione da quelli di accumulo si sta progressivamente alzando.
Quando questa quota supera la quota massima di sviluppo di un ghiacciaio, l’apparato perde completamente il suo bacino di accumulo e la capacità di produrre nuovo ghiaccio. Togliere nuovo ghiaccio a un ghiacciaio è come togliere nutrimento a un organismo. Non cesserà di esistere istantaneamente, ma senza alimento un organismo è destinato a logorarsi e a soccomber
Allo stesso modo un ghiacciaio che non ha più un bacino di accumulo è come un conto in banca che non riceve più entrate, ma solamente perdite. Se il conto sarà esiguo, in pochi anni le risorse andranno esaurite. Se il conto sarà invece più ricco si avrà qualche anno in più, ma l’epilogo sarà comunque lo stesso.
Se un ghiacciaio non ha più la capacità di accumulare neve, esso perderà anche un secondo elemento fondamentale: il trasporto del ghiaccio a valle. Senza produzione di ghiaccio in quota il ghiacciaio perderà infatti la necessità di trasportare il nuovo ghiaccio verso valle, rallentando e infine interrompendo il flusso di ghiaccio diretto da monte a valle.
Un ghiacciaio senza bacino di accumulo e che non trasporta ghiaccio non può essere definito a tutti gli effetti ghiacciaio. Il termine glaciologico corretto che descrive queste strutture incomplete è glacionevato, ovvero una massa di ghiaccio pressoché immobile che si esaurisce lentamente senza presentare una dinamica attiva. Un’altra efficace definizione per questi apparati in sofferenza è quella di fossile climatico, ossia un ghiacciaio che esiste solo in quanto espressione di un clima ormai scomparso, ma che in termini puramente glaciologici e climatici non dovrebbe più esistere. La sua esistenza è dovuta al fatto di non aver ancora fatto in tempo a esaurirsi completamente, è una questione di mera inerzia.
Oggi sulle Alpi molti ghiacciai giacciono nella condizione di fossili climatici, avendo completamente perso la possibilità di accumulare neve e produrre nuovo ghiaccio. Sotto ai 3000 metri solo alcuni apparati posizionati in condizioni estremamente favorevoli riescono a produrre piccole quantità di ghiaccio. Discorso diverso vale per le entità glaciologiche poste sopra i 3000-3500 metri. Lassù, per ora, esiste ancora la possibilità di produrre nuovo ghiaccio e conservare parte della neve precipitata. Tuttavia l’aumento delle temperature sta spostando sempre più in alto la linea di equilibrio dei ghiacciai, relegando a quote sempre maggiori i bacini di accumulo. Nel 2022, annata nera del glacialismo alpino, la neve venne consumata anche a quote dove mai prima di allora era stato osservato un completo consumo della neve caduta nell'inverno precedente. In alcuni casi affiorò ghiaccio vivo a quasi 4000 metri.

Esiste un modo per distinguere un fossile climatico da un ghiacciaio ancora dotato di una qualche forma di equilibrio glaciologico? Certo, ed è basato sull’osservazione dei ghiacciai al termine dell’estate, quando gli effetti prodotti dalla fusione estiva sono più profondi.
Un fossile climatico alla fine della stagione di fusione non conserva più traccia di neve, il ghiaccio vivo affiora su tutta la sua superficie. Inoltre un fossile climatico, non producendo ghiaccio, non è dotato di movimento e non è percorso da numerosi crepacci. Il ghiaccio, essendo praticamente fermo, non si frattura. Altro elemento è la morfologia superficiale. Un ghiacciaio non più dinamico è talmente segnato dalla fusione che la sua superficie appare levigata e smussata dall’azione della fusione. Ultimo elemento riguarda il colore. Un fossile climatico è spesso costituito da ghiaccio scuro, quasi nero. Il motivo è duplice. Da una parte la forte fusione accumula le impurità presenti nel ghiaccio sulla superficie. Dall’altra se manca movimento il ghiacciaio non si rinnova e non è capace di spingere a valle il ghiaccio sporco rimpiazzandolo con nuovo ghiaccio in arrivo dall’alto.
Al contrario un ghiacciaio ancora definibile come tale deve conservare parte della copertura nevosa anche al termine dell’estate, esibisce numerosi crepacci a causa del movimento del ghiaccio, ha una superficie dinamica e rotta da continue trasformazioni, è costituito da ghiaccio chiaro.
Alla luce di queste indicazioni potete osservare due ghiacciai nelle fotografie mostrate qui sotto e cercare di individuare quale dei due apparati è un ghiacciaio ancora attivo e dinamico e quale è invece a tutti gli effetti un fossile climatico.



Una rubrica a cura di Giovanni Baccolo, ricercatore che si occupa di glaciologia e scienze della Terra negli ambienti freddi presso l'Università degli Studi di Roma Tre. I suoi interessi vanno dai ghiacciai polari ai terreni montani in quota. La passione per i mondi ghiacciati e per la divulgazione trovano spazio nel suo blog Storie Minerali. Fa parte del Comitato Glaciologico Italiano ed è membro della commissione scientifica del Servizio Glaciologico Lombardo e del comitato scientifico de L'Altra Montagna. Il titolo della rubrica riprende quello del libro pubblicato nel 2024 (I ghiacciai raccontano – Edizioni People) per raccontare l’importanza dei ghiacciai per il pianeta e per la nostra specie.















