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Ambiente | 11 dicembre 2025 | 13:00

Rischia di scomparire la misura che ha dato origine alla glaciologia: in cosa consistono le "variazioni frontali"?

Per capire il comportamento dei ghiacciai, la glaciologia si affida da due secoli alla misurazione della loro posizione frontale. Stabilire se una fronte avanza, arretra o rimane stabile è il metodo più rapido e diretto per cogliere come un ghiacciaio stia interagendo con il clima che lo circonda. In questo articolo esploriamo il significato di questa misura, i suoi punti di forza e i suoi limiti. Nell’epoca del cambiamento climatico e dello sfacelo glaciale, rilevare con una semplice bindella la posizione della fronte è diventato, in molti casi, un compito quasi impossibile. La prima misura scientifica concepita per studiare i ghiacciai è oggi anche la prima che rischia di non poter più essere eseguita in modo sicuro e accurato

scritto da Giovanni Baccolo
Festival AltraMontagna

Possiamo suddividere i ghiacciai delle Alpi in fossili climatici e apparati che invece, nonostante il nuovo clima, possono ancora raggiungere una qualche forma di equilibrio con il contesto che li circonda. I primi sono quei ghiacciai che sopravvivono per mera inerzia, sono un inganno: ammantano i versanti perché non hanno fatto in tempo a scomparire. Arrancano verso quote più alte in cerca di refrigerio, ma anche annidati tra le rocce più alte, non lo potranno trovare.

 

Se un ghiacciaio riesce però a conservare anche una minima quantità di neve attraverso l’estate, quella neve è destinata a trasformarsi in ghiaccio, garantendo un, seppur piccolo, patrimonio di futuro. Il ghiacciaio si ritirerà, ma stando ai canoni del clima contemporaneo potrà esistere anche domani e produrre nuovo ghiaccio.

 

Per distinguere un fossile climatico da un semplice ghiacciaio in ritiro, abbiamo imparato a osservare i dettagli visibili sulla loro superficie. Questi sono però stratagemmi qualitativi, che hanno evidenti limiti. L’osservazione visuale è infatti fortemente legata al momento in cui essa viene effettuata. Inoltre, un’analisi visuale non permette di cogliere la gradualità dei fenomeni glaciologici, se non in modo estremamente sommario.

 

Ecco perché fin dagli albori della glaciologia si è sentita l’esigenza di sviluppare metodi misurabili in modo preciso per valutare le condizioni dei ghiacciai e il loro comportamento. L’argomento è ricco e complesso perché attraversa 200 anni di evoluzione scientifica: nuove teorie, nuovi strumenti, diverse condizioni. Misurare un ghiacciaio alla maniera del 1870 è certamente altra cosa rispetto a farlo oggi.

 

Se molte cose sono cambiate, ce ne sono però alcune che sono state tramandate di generazione in generazione dalla comunità glaciologica, come ad esempio la misura della posizione della fronte: il metodo più antico che abbiamo sviluppato per descrivere il comportamento di un ghiacciaio. Molti operatori e operatrici glaciologici compiono ancora oggi questo tipo di misura, seguendo un protocollo rimasto pressoché immutato in quasi 200 anni. La misura frontale viene condotta al contrario rispetto a quanto ci potrebbe aspettare: per stimare la lunghezza di un ghiacciaio non si misura il ghiacciaio in sé, bensì il vuoto che lo circonda. Si calcola la distanza tra un punto esterno al ghiacciaio e il ghiacciaio stesso.


La bindella, inseparabile compagna di operatori e operatrici glaciologiche negli ultimi 200 anni.

Il perché di questa anomalia è presto detto. Se concettualmente sarebbe più semplice misurare la lunghezza di un ghiacciaio, in termini pratici non è affatto facile farlo. Raggiungere i settori superiori è lungo, faticoso e a volte pericoloso e difficile da un punto di vista alpinistico. Inoltre, se anche fosse possibile farlo, sarebbe poi complicato scendere alla fronte misurando lo sviluppo lineare dell’intero ghiacciaio in modo preciso. O meglio, forse oggi, grazie a droni e GPS, non è più un problema, ma fino a pochi decenni fa non si poteva contare su questi prodigi della tecnica. Quando queste misure presero piede, l’unico strumento a disposizione era la bindella, un lungo nastro calibrato da stendere sul terreno.

 

Per ovviare a questi problemi, i pionieri della glaciologia ebbero un’idea: misurare non la lunghezza assoluta, ma qualcosa di relativo. Prendendo ripetutamente la distanza tra il punto più basso di un ghiacciaio -la fronte- e un riferimento esterno al ghiacciaio, è possibile capire se l’apparato avanza o arretra. Tipicamente viene scelto come riferimento un grande masso ben visibile, non troppo lontano dalla fronte. Con la bindella diventa immediato misurare la distanza tra il masso e il ghiaccio. La glaciologia scientifica è nata grazie a osservazioni di questo tipo.

 

Le serie di dati strumentali più lunghe e longeve che abbiamo a disposizione sul comportamento dei ghiacciai sono proprio misure di spostamento frontale e vanno indietro nel tempo di alcuni secoli, almeno sulle Alpi, patria della glaciologia mondiale. È per questo se le misure di variazione frontale sono tanto importanti, permettono di andare indietro nel tempo fino a raggiungere periodi per cui la disponibilità di altri dati strumentali è scarsa.

 

Il ghiacciaio che detiene la serie di dati più lunga è la Mer de Glace, la vitrea lingua che alimentata dalle nevi del Monte Bianco scende decisa verso la valle dell’Arve, nella parte francese del massiccio. Di questo apparato conosciamo le variazioni di lunghezza a partire dal 1550. La Mer de Glace raggiunse la sua massima espansione in epoca storica intorno al 1650 e da allora si è ritirata di 3 chilometri.

La fronte della Mer de Glace nel 1780.

La fronte della Mer de Glace nel 1780.

Nonostante le misure frontali abbiano una notevole importanza storica, non si può nascondere che iniziano ad accusare il peso degli anni. Grazie a nuove strumentazioni, oggi è diventato possibile compiere misure di variazioni areali, o addirittura volumetriche, assai più precise e informative. Eppure, per tanti apparati -e non solo sulle Alpi- il monitoraggio della lunghezza rimane ancora l’unica misura ad essere condotta annualmente, mantenendo aggiornate le serie storiche. Da una parte sono misurazioni semplici, dall’altra c’è il desiderio di non interrompere qualcosa iniziato ormai tanto tempo fa.

 

Semplici, storiche, ma parzialmente superate. Scopriamo per quali motivi. Innanzitutto, quelle frontali sono misure che presentano un grado di incertezza non eliminabile. La misura della distanza tra un punto di riferimento esterno e un ghiacciaio potrebbe sembrare semplice, ma ricordiamo che i ghiacciai non sono entità geometricamente così ben definite. Qual è il punto del ghiacciaio più vicino o a più bassa quota? E come facciamo se la fronte del ghiacciaio è  sommersa dal detrito? Come capisco dove arriva davvero? E se la lingua si spezza in più frammenti? Oggi esistono strumenti come i droni o le immagini satellitari che superano questi ostacoli, permettendo di ricostruire con precisione la geometria di un ghiacciaio.

 

Un’altra questione è quella legata alla rappresentatività delle misure frontali. Il comportamento della fronte non sempre ben rappresenta quanto accade all’intero ghiacciaio. Un grande ghiacciaio vallivo impiega anni, se non decenni, affinché una perturbazione sviluppata nella sua parte alta (sia positiva che negativa) possa raggiungere la fronte determinando una pulsazione o un ritiro. In questi anni non è infrequente che le porzioni inferiori dei ghiacciai siano quasi del tutto staccate dal corpo principale dell’apparato. In gergo si dice che sono diventate ghiaccio morto, ovvero blocchi completamente disgiunto dalla dinamica del ghiacciaio.

 

Quando si arriva a questa condizione, l’evoluzione della fronte è veloce, con arretramenti annuali di decine o addirittura centinaia di metri a causa di crolli e collassi. Per gli operatori glaciologici non è semplice muoversi in un contesto che evolve tanto rapidamente. Da una parte ci sono i rischi legati alla instabilità di questi ambienti, dall’altra l’impossibilità di orientarsi tra quelle rovine glaciologiche armati di bindella. Quando in una sola stagione tanti crolli insistono sulla fronte, aprendo varchi e grotte, non è affatto semplice portare a casa un numero sensato che quantifichi l’arretramento lineare del ghiacciaio. Al tempo della distruzione dei ghiacciai, la bindella inizia ad accusare tutti i suoi anni.

 

È notizia di questa estate la decisione del Servizio Glaciologico Lombardo di interrompere le misure frontali più longeve della Lombardia, quelle svolte presso il ghiacciaio del Ventina, nel massiccio del Disgrazia. L’estate prossima, per la prima volta negli ultimi 130 anni, non ci sarà nessuno a misurare a mano l’arretramento del ghiacciaio. A causa di rischi per gli operatori sempre crescenti, si preferirà fare affidamento su altri metodi.

Eppure, per quanto le misure frontali possano essere antiquate e superate, potete scommettere che difficilmente i glaciologi smetteranno di mettere la vecchia e consunta bindella nello zaino. Stendere il metro davanti al ghiacciaio rimane -e rimarrà- il simbolo del nostro tentativo di decifrare il comportamento dei giganti di ghiaccio.


La lingua del ghiacciaio del Ventina come compariva nel 2011. Oggi è molto ridotta rispetto alla condizione che appare nell'immagine e la fronte si è ritirata in una zona instabile e difficilmente raggiungibile. Per questo motivo le misure frontali, dopo oltre 130 anni, sono state interrote nell'estate del 2025 dal Servizio Glaciologico Lombardo che le ha curate negli ultimi decenni. Fotografia di Luca Gaggi.

il blog
I ghiacciai raccontano

Una rubrica a cura di Giovanni Baccolo, ricercatore che si occupa di glaciologia e scienze della Terra negli ambienti freddi presso l'Università degli Studi di Roma Tre. I suoi interessi vanno dai ghiacciai polari ai terreni montani in quota. La passione per i mondi ghiacciati e per la divulgazione trovano spazio nel suo blog Storie Minerali. Fa parte del Comitato Glaciologico Italiano ed è membro della commissione scientifica del Servizio Glaciologico Lombardo e del comitato scientifico de L'Altra Montagna. Il titolo della rubrica riprende quello del libro pubblicato nel 2024 (I ghiacciai raccontano – Edizioni People) per raccontare l’importanza dei ghiacciai per il pianeta e per la nostra specie.

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