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Ambiente | 05 marzo 2026 | 12:00

A Venezia le gondole riposavano sotto 30 centimetri di neve. Poi tutto è cambiato: in laguna, in pianura e in montagna; per l'essere umano e per il contesto naturale in cui è inserito

Il gelo siberiano proveniente dal mare di Kara si incontrò con l'anticiclone delle Azzorre, producendo quella che sarebbe stata ricordata come "la nevicata del secolo": iniziò nel Centro-Sud, espandendosi mano a mano verso le regioni settentrionali, dove raggiunse l'apice dell'intensità. Era il 1985, eravamo in mezzo alla nevicata più eccezionale di sempre e ancora per qualche anno avremmo costruito pupazzi di neve nel fondovalle. Allora non lo vedevamo, ma la crisi climatica era già iniziata, e nel giro di un pochi anni le cose avrebbero iniziato a cambiare davvero

scritto da Chiara Bettega
Festival AltraMontagna

Nei primi giorni di gennaio del 1985, la nostra penisola sperimentava in molte zone le temperature più fredde a memoria di termometro. Il gelo siberiano proveniente dal mare di Kara si incontrò con l’anticiclone delle Azzorre, producendo quella che sarebbe stata ricordata come "la nevicata del secolo": iniziò nel Centro-Sud, espandendosi mano a mano verso le regioni settentrionali, dove raggiunse l’apice dell’intensità. In quattro giorni, la dama bianca sommerge il Belpaese. A Milano, i ragazzi giocano a palle di neve sotto la Madonnina, la gente si muove sugli sci da fondo. La fontana di piazza Duomo a Trento quasi scompare sotto i cumuli che gli spazzaneve non sanno più dove mettere, mentre a Venezia le gondole riposano sotto quasi trenta centimetri di bianco.

Era il 1985, eravamo in mezzo alla nevicata più eccezionale di sempre e ancora per qualche anno avremmo costruito pupazzi di neve nel fondovalle. Allora non lo vedevamo, ma la crisi climatica era già iniziata, e nel giro di un pochi anni le cose avrebbero iniziato a cambiare davvero.

 

In quello stesso anno, un gruppo di ornitologi del Field Museum di Chicago realizza una spedizione sul Cerro de Pantiacolla, ai piedi delle Ande. In un mese, il gruppo percorre quello che in termini tecnici viene definito transetto, ovvero un percorso il più possibile lineare, spalmandolo sui mille metri di dislivello che separano la base del Cerro dalla cima. L’obiettivo della spedizione è quello di descrivere i limiti altitudinali delle specie di uccelli del Cerro de Pantiacolla.

Quando pensiamo al binomio montagna-limite, siamo automaticamente portati a pensare alla nostra relazione con le terre alte: se esistono limiti, lassù, sono quelli con cui noi umani dobbiamo confrontarci. I limiti nell’abitarle, nel raggiungerle; per alcuni, limiti da sfidare. Se però ampliamo la prospettiva, il concetto di limite applicato alle montagne travalica la dimensione umana e assume un’importanza biogeografica fondamentale.

 

A descriverla per la prima volta è, a inizio Ottocento, l’esploratore tedesco Alexander von Humboldt, il quale intuisce che tutto in natura è connesso, e l’equilibrio è creato dalla diversità e dalle relazioni tra elementi. Dall’osservazione attenta delle montagne, il naturalista tedesco introduce il concetto di isoterma, ovvero la linea che unisce tutte le quote con ugual temperatura. Attraverso questa linea immaginaria, giunge a collegare le montagne del pianeta, a seconda della posizione della linea degli alberi, ovvero quella fascia altitudinale in cui gli alberi lasciano spazio alla vegetazione erbacea. Un limite, appunto. Von Humboldt osserva come questa linea parta dal livello del mare nell’Artico, dove infatti di alberi non ce ne sono, per salire di quota mano a mano che si scende, geograficamente, verso l’equatore, dove tale limite raggiunge i 4.000 metri. Sotto di essa si estende una sequenza di ulteriori limiti che separano altrettante fasce vegetazionali, le quali racchiudono in qualche migliaio di metri la complessità - determinata dall’interazione tra l’altitudine con la topografia e il clima - che ritroveremmo, altrimenti, spalmata latitudinalmente su migliaia di chilometri. Ognuna di queste porzioni di montagna è quindi caratterizzata da determinate comunità vegetali e animali, adattate a specifiche condizioni di substrato, morfologia, temperatura. Per questo motivo le montagne sono considerate, a livello globale, serbatoi di biodiversità. E per questo a noi ecologi piace affermare, non senza cognizione di causa, che le montagne sono uniche.

 

Nel 2017, una nuova spedizione torna sul Cerro de Pantiacolla con l’obiettivo di ripercorrere i passi della precedente e vedere se è cambiato qualcosa nella comunità di uccelli locale, approfittando del fatto che tutto è rimasto come allora, tranne la temperatura media annuale, aumentata nel frattempo di 0,42 °C. La spedizione ripete esattamente quanto fatto dalla precedente e, quando arriva alla cima, scopre che otto delle sedici specie che nel 1985 vivevano lì sono scomparse. Non solo: l’intera comunità del Cerro si è spostata in media di 40 metri verso l’alto. I ricercatori del Field Museum la battezzano scala mobile per l’estinzione: piante e animali delle montagne si stanno spostando verso l’alto, per cercare di ritrovare le condizioni ottimali in cui vivere all’interno di un sistema che sta cambiando rapidamente.

 

Ho quindi immaginato di portare il lettore proprio su questa scala mobile immaginaria del mondo naturale montano. Un viaggio in salita, che parte dai boschi misti di media montagna, entra nelle foreste di conifere, esce nella luce violenta delle praterie alpine, transita nella fascia degli ambienti rocciosi e poi in quella nivale dei ghiacciai, per arrivare infine sulla cima. Un viaggio a tappe, per scoprire, attraverso il racconto di animali in movimento (dalla salamandra di Aurora fino alle "pulci dei ghiacciai"), cosa porta con sé questo movimento di specie e come la questione climatica sia un pezzo importante della storia, ma non l’unico.

 

Un viaggio, infine, da percorrere tenendo a mente la complessità di quanto stiamo osservando. Accettarla è il primo passo per comprendere la natura, ma anche per non smettere di farsi domande. Piero Angela, uomo che ha vissuto interrogandosi e stimolando il suo pubblico a fare altrettanto, affermava che "un uomo che non si pone domande, o che si contenta delle risposte, non va molto lontano".

 

 

Brano tratto da Salire per sopravvivere, il nuovo libro di Chiara Bettega: è disponibile qui

la rubrica
La montagna nei libri

Nella convinzione che l'esperienza di un territorio possa acquisire una misura consapevole non solo attraverso la frequentazione, ma anche grazie alla lettura, con la nuova rubrica, La montagna nei libri, ogni settimana pubblicheremo (a volte commentandoli) passaggi, citazioni, riflessioni custodite in libri capaci offrire uno sguardo più attento sui rilievi. D'altronde, per dirla con Johann Wolfgang Goethe, "L'occhio vede ciò che la mente conosce".

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