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Ambiente | 25 ottobre 2025 | 19:00

Si può creare una sana connessione tra chi fruisce il bosco nel tempo libero, per riconnettersi con uno spazio naturale, e chi nel bosco vede un luogo di lavoro?

Una piccola grande esperienza vissuta su una montagna secondaria, un po' lasciata a sé stessa, dove però da qualche anno è scoppiata una scintilla, un ritorno d’interesse che ha portato a varie iniziative, tra cui un piccolo grande raduno autunnale: la "Festa della montagna"

 

Festival AltraMontagna

Chi gestisce i boschi ha bisogno di arte e poesia che trattino di alberi, di foglie, di acqua?

 

Chi trae dalle montagne e dai boschi ispirazioni artistiche, ha bisogno di comprendere come ci si approccia alla gestione forestale, attraverso piani di gestione, forme di governo e tecniche selvicolturali?

 

Si può creare una sana connessione tra chi fruisce il bosco nel tempo libero, per riconnettersi con uno spazio naturale sempre più distante dalle proprie vite, e chi in bosco opera invece anche nei giorni lavorativi, vedendolo come un vero e proprio luogo di lavoro?

 

Queste erano le domande che mi ronzavano nella testa di primo mattino, mentre guidavo in salita alla volta dell’Alpe di Poti, la “montagna di mezzo” che domina la città di Arezzo. Un rilievo considerato secondario, un po’ lasciato a sé stesso, visibile dal centro storico ma ben lontano dagli interessi prioritari di chi amministra la città. Una montagna dove, però, da qualche anno è scoppiata una scintilla, un ritorno d’interesse che ha portato a varie iniziative, tra cui un piccolo grande raduno autunnale: la “Festa della montagna”. A organizzarla da quattro anni è “La Fattoria in cammino”, un’associazione locale, con l’obiettivo di discutere con leggerezza e profondità di tutti i vari temi - opportunità, difficoltà e sfide - che ruotano attorno al vivere oggi le terre alte.

 

Non c’è voluto molto per rispondere alle mie strane domande mattutine. Sono bastati alcuni sguardi, qualche timida parola iniziale e una pacca sulla spalla: certo che sì. Se è vero, ed è verissimo, che il bosco è tante cose assieme, allora è fondamentale che esso diventi sempre più un teatro di incontri piuttosto che un incubatore di conflitti. Discutere camminando a all’ombra degli alberi - autoctoni o esotici, piantati o nati spontaneamente da seme, tagliati per fare legna e poi ricacciati dalle ceppaie oppure intoccati da oltre un secolo per il loro valore simbolico e culturale - è spesso il modo migliore per trasformare incomprensioni latenti in occasioni di dialogo.

L’occhio tecnico derivante dai miei studi mi porta a osservare, in ogni bosco che attraverso, alcuni aspetti preponderanti: la composizione specifica, la struttura, la forma di gestione, le tracce del passato, gli obiettivi gestionali. Ma un esploratore, un poeta, uno scrittore o un musicista vedono in quello stesso luogo, tra gli stessi identici alberi, mille altre sfumature, mille altri stimoli, una costellazione di altri significati.

 

Per questo ascoltarsi, parlarsi, provare a capirsi, e farlo apertamente in mezzo a tanta gente, è un atto che non stento a definire rivoluzionario. È il collante necessario, purtroppo ancora troppo poco presente sulle nostre montagne, capace di tenere assieme le diciassette lettere che compongono una parola a volte abusata, ma imprescindibile per la gestione forestale presente e futura nei nostri territori: multifunzionalità.

 

Il bosco ha sempre una proprietà, ma inevitabilmente è un po’ anche di tutti. Tra rami e radici si intrecciano servizi, interessi, sensibilità, filiere economiche, valori naturalistici e culturali che vanno ben oltre le mappe catastali. Si tratta di un groviglio in cui è impossibile districarsi: ogni punto di vista può collidere con gli altri, sfregarsi, sfibrarsi. Le strade, di conseguenza, sono due: farsi strada a forza, strappando e rischiando di strapparsi, o abitare questa condizione con gentilezza, offrendo le proprie ragioni, le proprie conoscenze, ma ascoltando e rispettando le altre, accettando così di far parte dell’affascinante complessità insita in un legame antico quanto il genere umano.  

 

Questa seconda strada è stata quella che, senza dircelo prima, abbiamo scelto di percorrere alla Festa della Montagna: io, forestale e giornalista, insieme all’esploratore e scrittore Franco Micheli, al poeta e fotografo Emiliano Cribari, al musicista polistrumentista Lorenzo Meazzini - MUNI, allo scrittore e fotografo Tommaso D’Errico, a Elena Palazzini della Fattoria in cammino e a tutte le amiche e gli amici che sono saliti all’Alpe di Poti.

 

La Festa quest’anno aveva come tema: “La montagna come spazio, come silenzio”. Di silenzio ne abbiamo fatto poco in realtà, a furia di parlare e parlare da mattina a sera. Ma abbiamo sentito che in montagna, in particolare nei boschi, c’è tanto spazio per tutti se si pensa a quel groviglio di punti di vista come opportunità, come ricchezza, e non solo come peso, come limite.

 

Non voglio farla facile, non è affatto facile, anzi, è complicatissimo trovare punti di contatto e codici adatti a capirsi. Ma l’invito è a provarci e a riprovarci ancora, ovunque nasca una seppur piccola occasione.

 

Il silenzio del bosco, un silenzio popolato in realtà da mille suoni continui, è qualcosa di prezioso di cui è quanto mai necessario riappropriarsi. Ma oggi abbiamo altrettanto bisogno di voci, di parole, per dare nuovo spazio al dialogo. 

il blog
Gli alberi e noi

Gli alberi ci accompagnano da sempre: per noi esseri umani hanno significato e tutt'ora significano casa, cibo, materia prima, medicina, energia, ma anche spiritualità, simbolismo, cultura...
Questo legame profondo e antico, tuttavia, non è affatto immutabile: cambia continuamente al modificarsi delle nostre società. Per questo è interessante osservare e provare a comprendere come viviamo il nostro rapporto quotidiano con gli alberi. In questo Blog il giornalista e dottore forestale Luigi Torreggiani, membro del Comitato scientifico de L'Altramontagna, lo fa attraverso aneddoti personali, racconti o analizzando fatti di cronaca. Un modo per tenere viva una connessione, quella tra gli alberi e noi, che rischiamo tanto di dimenticare quanto di caricare di stereotipi, precludendoci così uno sguardo lucido su elementi necessari per moltissimi aspetti della nostra vita.

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