Sotto le chiome spoglie degli abeti, non più aghi ma altre foglie: osservando a terra è possibile immaginare il bosco che verrà

Camminando nella media montagna, in particolare alle quote dove l'abete rosso, in passato, è stato piantato ben al di fuori del proprio areale, è ormai facile imbattersi in piccoli o grandi gruppi di piante attaccate dal bostrico. Come si trasformeranno questi boschi nel prossimo futuro? Sapremo gestirli?

Che bello osservare il bosco con occhio critico e attento. "Leggere il bosco", diceva un mio caro professore.
Camminando nella media montagna, in particolare alle quote dove l'abete rosso, in passato, è stato piantato ben al di fuori del proprio areale, è ormai facile imbattersi in piccoli o grandi gruppi di piante attaccate dal bostrico. Dall'estate del 2003 questi focolai sono sempre più evidenti. Dopo Vaia sono esplosi. Ora l'infestazione è in fase di calo, ma molto probabilmente non si abbasserà più ai livelli degli anni '80-'90. C'entrano tanti fattori concatenati assieme, tra cui, indubbiamente, anche la crisi climatica.

Ma in questi contesti, specialmente in tardo autunno, è interessante osservare, al di sotto delle chiome spoglie, le foglie accumulate dal vento: ci raccontano del bosco che verrà.
Oggi, passeggiando, ho trovato rovere, faggio, acero di monte, carpino nero, sorbi e castagno là dove c'era quasi solo il peccio.

Come gestire nei prossimi anni questa nuova mescolanza? Con quali tecniche e obiettivi? Con quali risorse umane ed economiche? Ne varrà la pena? Sarà utile, necessario? Domande aperte. Domande che i forestali (che di natura dovrebbero sempre traguardare ai decenni che verranno) devono necessariamente iniziare a porsi, studiando anche il clima che cambia. Domande difficili, ma al tempo stesso interessanti, entusiasmanti, intriganti.
Bisognerebbe iniziare a porsele più spesso, ma discutendone però non solo tra forestali: il bosco che cambia, la sua capacità di generare beni e servizi, le sue peculiarità ambientali e socioeconomiche, sono patrimonio dell'intera collettività.

Servirebbe parlarne, parlarne e parlarne ancora, per trasformare lo "sfondo verde" del paesaggio montano, ora vago e indefinito, in un elemento di serio e appassionato confronto.
Servirebbe condividere la complessità della gestione forestale, i suoi mille "dipende", per riprendere consapevolezza non solo del territorio che ci circonda, ma anche del nostro ruolo nella cura e nel rispetto di quel pezzo di mondo. Una risorsa un tempo al centro delle nostre vite e oggi ai margini, anche se solo apparentemente.
Che bello osservare il bosco con occhio critico e attento. Che bello guardare a terra le foglie del bosco che verrà. Che bello "leggere il bosco". Ogni volta mi apre a mille riflessioni, rallentando il ritmo del cammino e accelerando quello dei pensieri.


Gli alberi ci accompagnano da sempre: per noi esseri umani hanno significato e tutt'ora significano casa, cibo, materia prima, medicina, energia, ma anche spiritualità, simbolismo, cultura...
Questo legame profondo e antico, tuttavia, non è affatto immutabile: cambia continuamente al modificarsi delle nostre società. Per questo è interessante osservare e provare a comprendere come viviamo il nostro rapporto quotidiano con gli alberi. In questo Blog il giornalista e dottore forestale Luigi Torreggiani, membro del Comitato scientifico de L'Altramontagna, lo fa attraverso aneddoti personali, racconti o analizzando fatti di cronaca. Un modo per tenere viva una connessione, quella tra gli alberi e noi, che rischiamo tanto di dimenticare quanto di caricare di stereotipi, precludendoci così uno sguardo lucido su elementi necessari per moltissimi aspetti della nostra vita.















