I cacciatori di orsi che fanno parte delle squadre di soccorso quando gli scalatori e gli escursionisti si trovano in difficoltà: i matagi del Giappone, intermediari tra umanità e natura

Nel nord-est del Giappone, sui rilievi del Tōhoku, vivono i matagi, cacciatori di orsi tradizionalmente legati a yama no kami, la dea della montagna. La loro cultura sta lentamente scomparendo, dopo essere stata a lungo marginalizzata in favore delle aree urbane e dei terreni coltivati delle pianure. Ma i matagi, "attraversatori" di confini geografici e politici, ci ricordano perché non possiamo sfuggire alla nostra unità con la natura

In Giappone, l’orso è una creatura centrale nei culti e nelle culture delle terre alte, ma diventa marginale in pianura e nelle zone costiere, dove altri animali - tra cui le volpi e i tanuki (i cani procione) - sono protagonisti. Quel che avviene per il regno animale si riflette però anche nel mondo umano: storicamente, infatti, il Giappone ha privilegiato le pianure, caratterizzate dall’agricoltura (soprattutto la coltivazione del riso), dalla stanzialità e da un’economia fiorente e facilmente tassabile. Al contrario, la montagna è stata spesso marginalizzata, i suoi abitanti considerati rozzi e arretrati, le loro abitudini parzialmente nomadi e le loro economie di sussistenza - sfuggevoli a sorveglianza, monitoraggio e regolamentazione - sgradite ai governanti.
In montagna, poi, poiché l’agricoltura non era sufficiente al sostentamento, la caccia ha assunto un ruolo centrale, faticando tuttavia a inserirsi nella lunga tradizione buddista del Giappone e contribuendo alla marginalizzazione degli abitanti delle terre alte. Nella regione di Tōhoku, un’area nel nord-est di Honshū parzialmente sovrapponibile al territorio degli Ainu (del cui rapporto con gli orsi ci siamo recentemente occupati), si è sviluppata la cultura matagi: di etnia giapponese, i matagi vivono in piccoli villaggi sulle montagne, dove tradizionalmente si sostentavano in parte con l’agricoltura, ma anche e soprattutto con caccia, pesca e raccolta di prodotti del bosco.
Insieme a Scott Schnell, professore e antropologo della University of Iowa, abbiamo parlato di matagi, caccia all’orso e culto della montagna, cercando di fare il punto sui rapporti culturali tra zone urbane, pianure e terre alte. Schnell offre un’interpretazione affascinante della cultura matagi, incentrata sulla loro mobilità, sulla capacità di attraversare confini e sulla conoscenza diretta e approfondita della natura. Una delle teorie sull’origine del termine matagi è che esso derivi dal verbo matagu, che significa "attraversare" o "scavalcare": "Questo verbo descrive bene il movimento dei matagi sui terreni montuosi, ma anche attraverso i confini politici", sottolinea Schnell. Il suo interesse per i matagi nasce da una generale attrazione per gli abitanti delle montagne, spesso poco rappresentati nei resoconti storici e culturali convenzionali. Nel corso delle sue ricerche etnologiche, Schnell ha partecipato alla caccia all’orso, una delle attività più caratteristiche della cultura matagi, e al successivo kuma matsuri, l’evento celebrativo in cui il kumajiru (stufato d’orso) viene condiviso con tutto il villaggio. Al centro di queste attività c’è non soltanto l’orso, ma anche e soprattutto yama no kami, la dea della montagna, venerata dai matagi. Yama no kami viene invocata per chiederle il permesso di salire in montagna, e ringraziata per aver offerto in dono l’orso dopo una battuta di caccia; durante i festeggiamenti del kuma matsuri, gli abitanti del villaggio mangiano e bevono abbondantemente, perdendosi in una rumorosa convivialità apprezzata dalla dea della montagna.

In passato, Schnell si è guadagnato la fiducia di alcuni matagi, che gli hanno permesso di seguirli durante una battuta di caccia all’orso. L’antropologo ha successivamente descritto in dettaglio sia l’aspetto rituale che quello pratico di questa attività: "La caccia per i matagi è un lavoro di squadra, e sono rimasto impressionato dalla loro capacità di collaborare. Si sentono perfettamente a loro agio in montagna e sono eccellenti scalatori. Di fatto, molti di loro entrano a far parte delle squadre di ricerca e soccorso quando gli scalatori e gli escursionisti amatoriali si trovano in difficoltà. I matagi si muovono a passo sicuro sui pendii ripidi e hanno una resistenza incredibile. Quando cacciano gli orsi, sono completamente assorbiti dall’attività e molto determinati: ho dovuto fare del mio meglio per non rallentarli o ostacolare i loro sforzi". Ma al momento dei festeggiamenti, aggiunge Schnell, "è richiesto tutt’altro tipo di resistenza, perché si consuma molto alcol. Il kuma matsuri è un evento piccolo e molto locale, un modo per onorare yama no kami ed esprimere gratitudine all'orso. Si tiene generalmente nella casa del capo cacciatore o in una sala comune dedicata a questi eventi. I partecipanti siedono sul pavimento attorno a un grande tavolo e il capo pronuncia alcune parole di ringraziamento. Poi si brinda e inizia il banchetto".
Come gli Ainu, anche i matagi non cacciano solo plantigradi, ma l’orso resta centrale nella loro cultura e nella loro religiosità. Secondo Schnell, questo dipende dal fatto che "ci sono molte somiglianze tra orsi ed esseri umani […]. Questo particolare rispetto per gli orsi è presente nelle culture tradizionali di caccia di tutto il mondo, in particolare nell'emisfero settentrionale. I matagi non fanno eccezione. Considerano la caccia agli orsi un'impresa speciale, accompagnata da vari rituali e tabù". Ci sono poi ragioni pratiche per cacciare gli orsi: la carne è abbondante, mentre le pellicce tornano utili per mantenere il calore corporeo in un clima spesso gelido e la bile è considerata un medicinale prezioso (pelli e bile, inoltre, potevano essere vendute).
Nella montagna e nella caccia all’orso, dunque, per i matagi si uniscono elementi materiali e spirituali: "A differenza di molti di noi, essi riconoscono ancora di essere parte di quello che chiameremmo un ‘ecosistema’ – e che il loro benessere dipende da tutte le altre parti", sottolinea Schnell. Per poi suggerire una distinzione tra i matagi e le culture agricole: "In un certo senso, la coltivazione pone gli esseri umani in contrasto con il resto della natura. La natura diventa quindi nemica, minacciando costantemente di irrompere e reclamare il territorio perduto. In quanto coltivatori che praticano anche la caccia e la raccolta, i matagi non attraversano il confine tra uomo e natura soltanto fisicamente, ma anche con il pensiero. Non si arrabbiano troppo quando gli animali selvatici invadono occasionalmente i loro giardini e si nutrono dei loro raccolti, perché accettano una sorta di compromesso che va oltre il loro controllo". Questo modo di pensare, secondo l’antropologo, è anche alla base di un certo aspetto "conservazionista" della cultura matagi. "In un ecosistema sano, in grado di sostenersi nel tempo, nessuna specie in particolare può avere tutto ciò che desidera. Se una specie diventa così dominante da minacciare l'esistenza delle altre, l'intero sistema è a rischio. […] Gli esseri umani non sono immuni da questo processo", sostiene Schnell. "È in questo senso che il rituale e il credo religioso possono essere visti come parte di un'etica di conservazione. Per i matagi, la caccia è un privilegio concesso loro da yama no kami, e abusare di tale privilegio - chiedendo troppo o sprecando ciò che ricevono - provocherebbe la sua ira e la sua punizione. Quindi, sia che raccolgano piante e funghi commestibili o che caccino orsi, prendono solo ciò di cui hanno bisogno al momento e lasciano il resto a proliferare per il futuro. Il loro ruolo non è semplicemente quello di sfruttare l'ambiente, ma di aiutare yama no kami a mantenerlo […]. Le loro attività di caccia tengono sotto controllo le popolazioni di animali selvatici e mantengono un equilibrio tra le varie specie".
Gli stessi matagi percepiscono la propria attività di caccia come differente da quella dei cacciatori sportivi, che chiamano hantaa, dall’inglese hunter (cacciatore). Ciononostante, sottolinea Schnell, "i matagi oggi utilizzano binocoli, fucili con mirino telescopico, trasmettitori radio e altre attrezzature moderne". Come molte popolazioni montane contemporanee, anche i matagi hanno modificato il loro stile di vita come forma d’adattamento alla modernità: "I mass media spesso presentano i matagi come relitti del passato, la cui cultura è riuscita a sopravvivere grazie all'isolamento", racconta l’accademico americano. "Ma i matagi di oggi vivono in case dotate di tutti i comfort moderni, utilizzano telefoni cellulari e guidano veicoli di ultima generazione. Molti di loro lavorano nel settore forestale, nell'edilizia o nell'industria commerciale, e gran parte del loro cibo proviene dal negozio più vicino o da un supermercato situato a circa mezz'ora di distanza. I matagi di oggi non sono una sorta di reliquia vivente, ma fanno parte del Giappone contemporaneo tanto quanto lo stereotipo del ‘salaryman’ di Tokyo".
In anni recenti, inoltre, hanno guadagnato un’inaspettata visibilità mediatica che ha generato interesse anche nel settore turistico e commerciale, con la nascita di ristoranti e prodotti "matagi" e forme di ecoturismo spesso incentrate sulle sorgenti termali. Questo rinnovato interesse ha generato anche qualche confusione, in quanto il termine matagi viene in alcuni casi fatto proprio, per motivi di marketing e commerciali, da individui e prodotti che non provengono da quella cultura specifica.
Inoltre, aggiunge Schnell, "i mass media descrivono abitualmente i matagi come esempi istruttivi di convivenza con la natura. L'espressione è abbastanza vaga da suscitare una vasta gamma di sentimenti. Per chi vive in città, probabilmente evoca immagini affettuose e indistinte di armonia tra le specie. Ma per gli stessi matagi, coesistere implica mantenere un equilibrio, e la predazione - l'uccisione e il consumo di altre specie - è una parte fondamentale del processo. Direi che hanno una comprensione più realistica di come funzionano effettivamente gli ecosistemi".
Anche per quanto riguarda la convivenza con gli orsi, Schnell sostiene che le crescenti interazioni pericolose in Giappone, secondo i matagi, siano dovute in parte anche al declino delle attività di caccia, e che la soluzione sia nel ravvivare le comunità montane e preservare la cultura matagi. Allo stesso tempo, "i matagi sono altrettanto sensibili alla difficile situazione degli orsi. Nel corso dei decenni hanno assistito alla sostituzione sistematica delle foreste di faggi con piantagioni di cedri per l'industria del legname. Quelle foreste di faggi un tempo ospitavano una comunità diversificata di specie vegetali e animali, compresi gli orsi, e garantivano sostentamento agli stessi matagi".
L’impatto congiunto di queste dinamiche ha portato al declino di questa cultura di montagna. "È difficile sapere quanti matagi ci siano oggi, poiché non esiste un registro ufficiale. Il loro numero è diminuito rapidamente negli ultimi decenni. Immagino che attualmente ne siano rimaste solo poche centinaia, la maggior parte dei quali piuttosto anziani", riflette Schnell. "I matagi e gli altri abitanti delle montagne possiedono una conoscenza incredibile e una comprensione profonda dell'ambiente montano, ma il valore di questa conoscenza non è adeguatamente riconosciuto nelle grandi aree metropolitane a bassa quota dove risiedono i centri di potere. A causa dell'unificazione del sistema scolastico, i bambini nati in montagna devono ora allontanarsi dai loro villaggi per andare a scuola. Lì imparano che la maggior parte delle opportunità sociali ed economiche si trovano lontano, nelle città, per cui quando si diplomano lasciano i loro villaggi e vanno a cercare fortuna altrove. Di conseguenza, i villaggi stanno gradualmente scomparendo". La marginalizzazione delle terre alte porta l’antropologo a domandarsi se sia possibile per la tradizione matagi sopravvivere in un contesto contemporaneo in cui il sostentamento deriva sempre più da luoghi lontani dalla montagna. "La triste realtà", conclude, "è che, anche tra gli stessi matagi, le tradizioni – incluso il culto di yama no kami – stanno scomparendo". Ma per l’antropologo americano, la scomparsa di questa cultura animista sarebbe un danno per tutti: "L'animismo è il riconoscimento della natura come entità cosciente, consapevole della nostra presenza e sensibile al nostro comportamento. Per i matagi, yama no kami è quell'entità cosciente. L'animismo è troppo spesso liquidato come primitivo e arretrato, mentre io lo considero un modo davvero illuminato di pensare alla natura e al nostro posto al suo interno". Quando uccidono un orso, i matagi "sono felici di ricevere la carne che offre, ma allo stesso tempo si rammaricano di avergli tolto la vita. Mentre mangiano la carne, sanno da dove proviene e il sacrificio che ha comportato, quindi la loro gioia è mista a gratitudine e temperata da un senso di indebitamento. […] Il pasto diventa così un rituale che riconosce la nostra dipendenza dalle altre specie e il nostro posto nell’ecosistema. I matagi si riconoscono come componenti vitali dell'ecosistema boschivo montano. Attraverso la loro venerazione di yama no kami, riconoscono la loro responsabilità non solo per l'ambiente, ma anche nei confronti dell’ambiente. Questa, per me, è una distinzione importante".

La rubrica si pone l'obiettivo di proporre ai lettori di L'Altramontagna - e più in generale alle comunità locali - storie di convivenza da aree geograficamente e culturalmente variegate. Senza particolari intenti didattici o comparativi, l'intento principale è quello di ampliare lo sguardo su un tema di rilevanza centrale per le aree interne, portando esempi dal mondo che offrano una varietà di prospettive sulle complessità della convivenza, le soluzioni adottabili e l'evolversi dei rapporti tra orsi e comunità tra tradizioni locali, culture indigene e contesti moderni.















