Tagliare alberi è una "devastazione ambientale"? Per avere arredi in legno, così ecologici e alla moda, la materia prima da qualche bosco dovrà provenire: meglio se del territorio nazionale, gestito secondo criteri di sostenibilità

Qualche volta echeggiano ancora le parole di Sergio Endrigo nella sua famosa canzone "Ci vuole un fiore": "Per fare un tavolo ci vuole il legno /per fare il legno ci vuole l'albero/per fare l'albero ci vuole il seme/per fare il seme ci vuole il frutto/per fare il frutto ci vuole il fiore". Una consecutio naturale e logica, che diviene sconosciuta e illogica in un mondo urbanocentrico che pur pretende di fare dell’ambientalismo e del rispetto per la natura una filosofia di vita

A fine settembre un quotidiano del nord-est ha pubblicato una notizia relativa ad alcuni interventi di gestione forestale realizzati in un’area montana in contesto prealpino. Le attività sono state subito inquadrate quali “sfruttamento boschivo” e l’articolo riportava con dovizia di particolari tutte le “malefatte” generate da questo intervento, tra cui il rilascio di ramaglie e di mucchi di cortecce sminuzzate, che “potrebbero [addirittura n.d.r.] portare a una rapida marcescenza del verde”, nonché profondi solchi in quello che era un antico sentiero.
Leggendo la stampa italiana, gli interventi che riguardano il patrimonio boschivo e arboreo sono generalmente descritti con questa terminologia connotata molto negativamente. Un albero instabile e pericolante tagliato in una piazza di una grande città diventa uno “scempio” e una “distruzione del paesaggio”, capace di sollevare le ire di molti benpensanti cittadini. Poco importa se il contesto in cui l’albero è cresciuto non ha favorito un suo sviluppo sano, tra pavimentazione impermeabile e continui interventi di scavo attorno alle sue radici. Sembra anche poco significativo considerare che un albero malato in un’area densamente popolata pone seri problemi all’incolumità delle persone e delle cose, come eventi tragici anche molto prossimi ci ricordano. Inoltre, e forse ancora più strano, quasi nessuno sembra porsi a difesa del fatto che il nuovo albero che sarà messo a dimora dovrebbe avere, rispetto al suo predecessore, le garanzie di uno sviluppo più sano in quello stesso contesto.
Allo stesso modo, un intervento di taglio ed esbosco del legname in una particella forestale pianificata secondo criteri di sostenibilità ed eseguita secondo i principi della selvicoltura naturalistica diventa un intervento di “devastazione ambientale”, una “ferita aperta sul territorio”, un “disboscamento selvaggio”. Anche in questo caso sembra importare molto poco al cittadino, che per avere quegli arredi in legno che fanno così ecologici, alla moda e moderni, quel legno da qualche bosco dovrà pur provenire. Forse meglio che provenga da un bosco nel territorio nazionale, gestito secondo criteri di sostenibilità e il cui legname sia lavorato dalle imprese e dalle maestranze italiane, piuttosto che sia stato tagliato chissà dove e che abbia fatto più volte il giro del globo nella stiva di qualche nave.
Per non dire di quando gli interventi di tutela del patrimonio boschivo sono eseguiti in urgenza a seguito di eventi meteorici che hanno gravemente danneggiato il bosco (come nel caso della tempesta Vaia nel 2018) ma che agli occhi di una buona maggioranza diventano attività di “deforestazione” e “degrado”. O per non parlare di come tutti questi interventi sul patrimonio arboreo e boschivo nazionale (tra l’altro in continua crescita ed espansione) sono descritto come “invasivi” e orientati solamente al fine “produttivo ed economico”. Qualcuno potrebbe anche chiedersi di cosa dovrebbe vivere la popolazione nelle aree montane, in luoghi senza grandi istituti finanziari e di servizi presso cui lavorare.
Sembriamo una società che ha perso qualsiasi rapporto con quanto ci circonda. Eppure, qualche volta echeggiano ancora le parole di Sergio Endrigo nella sua famosa canzone Ci vuole un fiore, pubblicata nel 1974 nell’omonimo album, che qui richiamiamo: “Per fare un tavolo ci vuole il legno /per fare il legno ci vuole l'albero/per fare l'albero ci vuole il seme/per fare il seme ci vuole il frutto/per fare il frutto ci vuole il fiore”.
Una consecutio naturale e logica, che diviene sconosciuta e illogica in un mondo urbanocentrico che pur pretende di fare dell’ambientalismo e del rispetto per la natura una filosofia di vita. Forse più che altro un cortocircuito culturale, nel quale abbiamo trasformato il territorio rurale esterno alle città in un mausoleo di una immaginifica natura incontaminata, valido tuttalpiù come parco per qualche divertimento o scampagnata domenicale.
Forse vale la pena ricordare che la Strategia forestale nazionale approvata nel 2022 e di durata ventennale ha come missione principale dotare l’Italia di “foreste estese e resilienti, ricche di biodiversità, capaci di contribuire alle azioni di mitigazione e adattamento alla crisi climatica, offrendo benefici ecologici, sociali ed economici per le comunità rurali e montane, per i cittadini di oggi e per le prossime generazioni [incentivando] la tutela e l’uso consapevole e responsabile delle risorse naturali, con il coinvolgimento di tutti, in azioni orientate dai criteri della sostenibilità, della collaborazione e dell’unità di azione”. Alberi, foreste, ecosistemi, natura, paesaggio, comunità umane, economia. Un circolo virtuoso, non elementi tra loro distinti.
In questo contesto, bisogna però porre attenzione alla terminologia: sfruttare deriva dal latino fructus ‘frutto’, per estensione ‘prodotto dalla terra’ e ‘rendita’, con un prefisso s- che ne determina un’accezione intensiva, a voler intendere “forzare la capacità produttiva per ottenerne un alto rendimento immediato”. In Italia il bosco non si sfrutta, si utilizza in forma sostenibile, anche per garantire la fornitura di servizi ecosistemici, tra cui il legname.
Il disboscamento è la rimozione definitiva della copertura forestale per cambio di uso del suolo, ma in Italia il bosco è in costante aumento. Ferita rimanda a offendere, rompere una continuità. Anche in questo caso, le ferite nel paesaggio sono forse più prodotte dalle aree urbane, le quali crescono in forma definitiva, esponenziale e disordinata nel territorio, piuttosto che non un lotto boschivo che nel giro di qualche anno è nuovamente ricoperto di nuova vita.

Le montagne sono abitate da migliaia di anni, durante i quali l’umanità e la natura, in sintonia, hanno dato forma al paesaggio. Le profonde trasformazioni in atto nella società contemporanea stanno disarticolando e mettendo a rischio questa millenaria interazione, svuotando di significato le terre alte, non più percepite come luogo di vita, ma come non-luoghi, da abbandonare o trasformare in parchi dei divertimenti. Tali eventi incidono sul futuro delle popolazioni montane, ma hanno anche profonde ripercussioni sull’ambiente nella sua dimensione locale e globale. Da qui l’esigenza di proporre e condividere alcune riflessioni sulle politiche e le forme di gestione delle terre alte














