Dagli antichi boschi planiziali alle zone fresche di collina: un albero che è una “diva” del bosco

Alberi dimenticati #13 / ForestPaola ci descrive una vera VIP dei boschi, per la sua strana corteccia, la sua foglia doppiamente seghettata e per il frutto particolare, dotato di ben tre ali

Di questa pianta ho sempre amato la sua inconfondibile eleganza: per me è praticamente l'Audrey Hepburn dei boschi.
Oggi vi racconto il carpino bianco (Carpinus betulus), un albero che talvolta può essere scambiato col faggio, ma che a fine articolo avrete sicuramente imparato a distinguere.

Iniziamo quindi col mettere a fuoco qualche importante carattere distintivo.
Se la corteccia è liscia e grigia, proprio come il più comune faggio, sono il portamento e la conformazione del tronco che lo rendono differente: soprattutto in fase adulta, osservando con cura, troverete delle strane cordonature nel tronco, come i tendini tesi di un collo che si volta a guardarvi.

Anche la foglia potrebbe essere scambiata con quella del faggio, perché di forma ovale e colore simile, ma il carpino bianco ha foglie con attacco al picciolo (detto base) arrotondato, quasi ad introflettersi. Ma soprattutto è il margine finemente seghettato (e non liscio) a darvi la certezza che si tratta proprio di carpino bianco. Anzi, a ben guardare le foglie di questa specie sono doppiamente seghettate: una scaletta nella scaletta. E poi d’autunno le foglie del carpino bianco virano verso un giallo davvero intenso e uniforme, mica come il faggio con la sua variegata tavolozza di colori caldi!

Infine, arriviamo alle infiorescenze e infruttescenze. Qui la differenza è proprio notevole, e a marcarlo definitivamente è la “famiglia” (come diceva il Padrino!); infatti se il faggio appartiene alla Fagaceae il carpino bianco rientra nelle Corylaceae: ai non addetti ai lavori questo può dire poco o nulla, ma si tratta di una differenza davvero importante. Il nocciolo, ad esempio, ha come nome scientifico Corylus avellana... e le infiorescenze maschili del carpino bianco sono proprio simili agli amenti penduli del cugino nocciolo. Si differenziano le infiorescenze femminili, piccoli amenti di colore verdastro, e soprattutto le infruttescenze, costituite da grappoli di acheni (quindi piccoli semi) ognuno dei quali avvolto da un’ala trilobata, davvero inconfondibile!

Anche questa pianta non è difficile da riscontrare nel nostro territorio, ma è assai più sporadica di un tempo. In tempi ormai remoti costituiva infatti, assieme alla Farnia (Quercus robur) le vaste foreste planiziali che coprivano la Pianura Padana, prima che questa diventasse il luogo ottimale per attuare l’agricoltura.
Ma oltre alla pianura il carpino bianco ama anche la collina e la montagna, fino circa ai 1.000 metri di quota: oltre, si sa, salgono solo gli estremi! È eliofila ma tollera anche l’ombra, può formare boschetti puri ma non disdegna di accompagnarsi alle querce e al suo simile, il faggio.
Nei secoli questa specie è stata particolarmente utilizzata come legna da combustibile, non molto da opera perché la fibra del suo legno tende a girarsi. Ma soprattutto il carpino bianco è stato utilizzato come siepe, perché resiste molto bene alle potature ma anche per la sua chioma assai fitta. Lo sapeva molto bene l’artista Giuliano Mauri quando, nel 2001, ideò per Arte Sella la spettacolare Cattedrale vegetale proprio con questa specie: a distanza ormai di quasi 25 anni, con estrema lentezza ma costanza, le 80 piantine messe a dimora stanno arrivando a chiudere l’arcata superiore, determinando una struttura davvero molto simile ad una chiesa gotica.

Non solo quindi è specie amata dagli artisti, ma è davvero una diva, tanto che altre piante hanno il nome scientifico che fa riferimento a lei, come il carpino nero (Ostrya carpinifolia) o l’olmo campestre (Ulmus minor ma anche Ulmus carpinifolia).
Attenzione quindi alle specie imbroglione, che cercano di diventare anche loro delle VIP (very important plant)!

Dottoressa forestale libera professionista e Accompagnatrice di territorio del Trentino.
Nata a Firenze, vive in Trentino nella piccola Valle dei Mòcheni. Qui si occupa di boschi 365 giorni all'anno, per questo tutti ormai la chiamano solo "Forest".
Racconta la sua vita nella media montagna, il suo duplice lavoro di dottoressa forestale e di divulgatrice ambientale, il tutto sempre con un sorriso.















