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Ambiente | 28 aprile 2025 | 06:00

L'albero che viene dall'Africa e fin dall'antichità ci rende felici, tanto da entrare nel linguaggio comune

Alberi dimenticati #9 /ForestPaola ci racconta di un albero a cui è legata una nota espressione popolare: un albero che genera felicità, a meno che non dobbiate attraversarlo!

scritto da Paola Barducci
Festival AltraMontagna

Il dialetto fiorentino l'ho imparato dai parenti, ma anche giocando per strada. Ripensando a quelle conversazioni vernacolari è ancora vivido il ricordo di tanti modi di dire, di cui uno su tutti risveglia in me tanta tenerezza; lo sentivo dire dalle vecchine del mio vicinato nelle sere estive, quando frescheggiando parlavano di qualche affezionato nipote: “Tu vedessi che giuggiolone gliè!”, oppure “A vedello andiedi proprio in brodo di giuggiole!”.

 

Per chi masticasse poco il vernacolo fiorentino, questo modo di dire si può tradurre in breve con: “A vederlo (quel dolce nipotino) mi sono emozionata fortemente”. 

 

Ora, lungi da me farvi una lezione di linguistica: il focus deve restare in ambito forestale, giusto? 

 

E allora scopriamo, per chi non lo conoscesse, il giuggiolo, nome scientifico Ziziphus jujuba: un albero “furesto” che proviene dall’Africa, ma che già 4.000 anni fa era ben noto ed esportato in India. Pure i Romani -che diciamolo, gli garbava mangiare bene - conoscevano questa specie e la chiamavano zizzolo, dal greco.


Albero di giuggiolo nel mese di dicembre, con i frutti non raccolti

Ma perché tutti impazzivano per questo albero?

 

Non era certo per la corteccia grigia screpolata o le foglioline ovali con margine dentellato, e nemmanco per le spine che decorano i suoi rametti

 

L’oggetto del piacere di questa pianta, che difficilmente supera i 10 m di altezza, sono ovviamente i frutti: drupe leggermente carnose, simili alle olive, ma che da verdi-arancio virano poi in tardo autunno in un bellissimo colore ambrato, del tutto simili ad un dattero ma di dimensioni minori.


Giuggiola matura (foto Pixabay)

Queste giuggiole erano spesso comprate per essere mangiate, proprio come le ciliegie, una dietro l’altra: se non avevi pazienza e le mangiavi verdognole avevano il sapore acidulo della mela, altrimenti... uh che delizia! Sembravano proprio datteri e pareva d’essere già a Natale.


Il giuggiolo è dotato di spine sui rametti e sui fusti giovani (foto Philmarin - Wikimedia Commons) ma anche di delicati e tenui fiorellini molto amati dagli insetti impollinatori (foto Eyeccok - Pixabay)

Anche questa pianta è andata nel tempo scomparendo: la potreste scovare vicino ad una vecchia casa colonica e chissà quanti anni potrebbe avere; oppure più facilmente al bordo dei campi, dove un tempo veniva utilizzata con l’importante funzione di confinare le proprietà. E ne aveva ben donde di interdire il passaggio, considerando le spine che possiede! 

 

Adesso laddove si vuole negare il travalicamento di una proprietà è più facile mettere una recinzione, ma pensate anche alla ricchezza in biodiversità che offriva questa specie vegetale a moltissimi animali, micromammiferi o uccelli, che in queste siepi intricate trovavano rifugio, luogo perfetto per la nidificazione…e pure un cibo da bongustai!


Il famoso brodo di giuggiole esiste anche nella versione più salutare, con zenzero e altre spezie (foto Elmanther - Pixabay)

Perciò, se vi dovesse mai capitare di trovare ancora un piccolo alberello di zizzolo, da ora in poi non potrete che andare in… brodo di giuggiole

 

A maggior ragione sapendo che questo brodo esiste davvero ed è in realtà un dolce liquore preparto sui Colli Euganei, dove ancora oggi si coltiva questo albero. Si realizza a partire da acqua, giuggiole mature e appassite, mele cotogne, uva, vino e zucchero con l'aggiunta finale della buccia di limone. Pensate che questo liquore fu creato per la prima volta in un convento di frati posto sopra la residenza della potente famiglia Gonzaga, a Maderno.


Per maggiori informazioni sul programma e per partecipare gratuitamente: EVENTO

In occasione di cene e feste organizzate in questa splendida villa posta sul lago di Garda, il brodo di giuggiole veniva servito in piccoli bicchieri e a quanto pare rendeva molto felici tutti gli invitati.

 

Sarà quindi partita da quella villa la nota espressione andare in brodo di giuggiole? Questo è il momento del colpo di scena!

 

Come spiega l'Accademia della Crusca, la questione è molto più complessa: molte fonti accreditate spiegano infatti che l’espressione brodo di giuggiole è in realtà un’alterazione dell’originario andare in brodo di succiole. E cosa sono le succiole? Con questa parola vengono indicate in alcune aree della Toscana le castagne bollite! La forma viene dal verbo succiare, cioè dal modo in cui talvolta si mangiavano le castagne cotte. A sua volta, l'espressione deriva probabilmente dalla forma “più vile” di andare in broda, che significava sostanzialmente la stessa cosa.

 

Giuggiole o castagne che siano poco importa, sempre di alberi si tratta! Alberi con cui ci interfacciamo da sempre, che ci sono utili, che sanno renderci felici. 

 

Foto di copertina: frutto Xbeing - Pixabay

il blog
Paola Barducci - "ForestPaola"

Dottoressa forestale libera professionista e Accompagnatrice di territorio del Trentino.

Nata a Firenze, vive in Trentino nella piccola Valle dei Mòcheni. Qui si occupa di boschi 365 giorni all'anno, per questo tutti ormai la chiamano solo "Forest".

Racconta la sua vita nella media montagna, il suo duplice lavoro di dottoressa forestale e di divulgatrice ambientale, il tutto sempre con un sorriso.

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