Provano a offrire un futuro diverso al paese vittima dello spopolamento, ma i bandi li frenano: Campo di Giove rischia di diventare più villaggio turistico che un paese vivo
Nelle parole dei protagonisti, resta l’amaro in bocca di una storia che dimostra come, ancora oggi, manchi un sistema capace di riconoscere e premiare chi genera valore per tutti, e non solo profitto per pochi

Campo di Giove è un comune montano di 750 abitanti, situato a 1.064 metri sul versante ovest della Maiella. Totalmente incluso nel Parco Nazionale della Maiella, è il centro abitato più in quota, circondato come un’isola dalla vegetazione di montagna. Pur avendo perso il 19,24% della popolazione negli ultimi trent’anni, e con buona parte di residenti solo “su carta” e presenti per pochi giorni l’anno, Campo di Giove ha trovato nel turismo, legato agli impianti di risalita prima (ormai solo sporadicamente attivi per mancanza di neve) e all’attrattività dell’area protetta poi, una via al benessere economico individuale.
Campo di Giove è classificato “periferico” dalla Strategia Nazionale per le Aree Interne. Le rotaie ci sono, ma da tredici anni il treno non ferma più come servizio pubblico. Dal 2014 vi fa tappa come ferrovia turistica: la Transiberiana d’Italia. Un medico è presente due giorni a settimana, la corriera è attiva solo a servizio degli studenti (domenica e festivi non circola), gli spazi di aggregazione e confronto sono scomparsi.
Lo sviluppo turistico-residenziale è evidente nei nuovi interventi edilizi agli ingressi del paese, che mascherano tuttavia l’abbandono di strutture alberghiere in stile anni 70 (3 alberghi su 6 hanno chiuso negli ultimi 20 anni) e che restano immobili e silenti a rappresentare un’idea di turismo obsoleta dalla quale il paese sembra fare fatica a staccarsi.

In questo contesto di declino, successivo al boom turistico degli anni 70/80 (che ha potuto contare sulla presenza di decine di migliaia di turisti l’anno), si sono proiettate in punta di piedi due persone con una visione completamente diversa di interpretare il turismo, sicuramente non originale, improntata sulla scoperta del territorio naturalistico e sulla sua conservazione, ma sufficientemente “rivoluzionaria” per la cultura del luogo, che vedeva gli abitanti in netto contrasto con l’istituzione del Parco Nazionale, considerandolo come un limite piuttosto che una risorsa.

Qui, oltre vent’anni fa, Giorgia Vitullo e Mimmo Curciarello hanno deciso infatti di mettere radici, proponendo all’Amministrazione comunale un progetto di gestione per una struttura ricettiva fino ad allora mai utilizzata e che già soffriva di segni evidenti di abbandono e decadenza. Il campeggio Orsa Minore è il frutto di un tipico investimento pubblico degli anni Novanta, del quale nessuno ha voluto assumersi il rischio d’impresa, definendolo “troppo grande e ingestibile” ma che ha avuto la fortuna di incontrare qualche anni dopo chi lo volesse avviare, e quindi custodire e mantenere, valorizzando un modo diverso di fare turismo e dando così forma e anima a questo spazio dal quale la Maiella – montagna madre, simbolo del femminile e luogo di storie di cura e stregoneria – si apre in tutta la sua maestosità. È la porta della montagna del Sud, dal 2002 anche la nuova casa di Giorgia e Mimmo.
Lei con una laurea in Scienze Naturali e una visione protettiva verso la natura, lui con una forte manualità e un acerbo spirito d’impresa, avviano quella che secondo molti si sarebbe presto rivelata come un’impresa fallimentare. I primi anni (2003-2013) si rivelano duri e poco produttivi dal punto di vista economico: un campeggio che si inserisce da zero in un mercato in forte calo e con prospettive di rete e collaborazioni ridotte all’osso non può che avere grosse difficoltà di avviamento, soprattutto quando non gode di investimenti e supporto dal pubblico. Anche dal punto di vista sociale l’inserimento di due persone “venute da fuori” ne risente, ma, come spesso succede, i tre figli della coppia aiutano e favoriscono nel tempo relazioni e amicizie.

Comincia così un percorso che negli anni, grazie solo al “passaparola”, ha ospitato migliaia di persone da tutto il mondo, arrivando a rappresentare fino alla metà delle presenze turistiche annuali nelle strutture ricettive del paese, diventando successivamente luogo di ritorno e memoria per molti clienti, teatro di esperienze immersive nella natura e punto di ritrovo di amicizie maturate nel tempo. Sempre dedito alla socialità e semplicità, il campeggio è stato accessibile e inclusivo, offrendo a Campo di Giove un’opportunità concreta di turismo alternativo, legato alla natura e al viaggio lento.
Quando l’attività del campeggio è ormai consolidata, la sua storia si intreccia con quella della cooperativa di comunità Tavola Rotonda, fondata nel 2018. Come molte nate in quel periodo, anche questa ha preso vita da una spinta politica volta a inserire nei programmi elettorali la creazione di forme cooperative capaci di gestire beni e servizi in collaborazione con l’amministrazione comunale, con l’obiettivo di una gestione collettiva dei beni pubblici e una visione che avremmo potuto definire lungimirante.

Mimmo ha creduto in questo progetto diventando presidente e socio-lavoratore della cooperativa di comunità e rinnovando nel lavoro cooperativo quei valori di etica e giustizia sociale che hanno caratterizzato la sua conduzione del campeggio. Inizia da subito una forte collaborazione con l’ente pubblico, proprietario di strutture e bisognoso di servizi ai quali faceva fatica a far fronte. La cura del verde pubblico e del neonato Parco Avventura vengono affidati alla cooperativa, che da subito trova terreno fertile per coltivare la speranza di rispondere ai fabbisogni collettivi attraverso azioni sostenute dagli introiti derivanti dal turismo. Nuove prospettive si aprono, consentendo alla cooperativa di consolidarsi e fare una programmazione a lungo termine.
È così che Mimmo e Giorgia propongono nel 2020 che anche il campeggio, essendo bene pubblico di proprietà del Comune, rientri tra le attività della cooperativa di comunità, privandosi di una sicura fonte di reddito e facendo quel che ci si aspetta da queste realtà, ma che spesso non succede: prendere il rischio imprenditoriale di fare impresa con una logica che non fosse quella del mercato.
A livello economico, per il bilancio della loro famiglia, questo passaggio è stato uno svantaggio, ma entrambi hanno scelto di agire come custodi di un bene della collettività, reinvestendo gli utili (al netto dei costi del lavoro e di gestione) nel progetto comunitario: attività sociali, agricole e sperimentazioni che si sono adattate nel tempo – come durante la pandemia, con la sanificazione degli spazi a costi sostenibili per le imprese socie.

Si è così creato un meccanismo virtuoso in cui una diversa forma di fare turismo in paese (tra Campeggio, Parco Avventura Maja Park e Chiosco al Lago) e l’assicurazione di una dignità lavorativa per i soci hanno innescato un’economia generativa: le entrate turistiche sono state reinvestite nel recupero di terreni per la coltivazione di mais, legumi e varietà locali di fagioli, tra cui il fagiolone bianco (entrato a far parte della riserva genetica del Parco) e il fagiolo Gialletto con la comunità Slow Food, fino all’acquisto di un mulino di comunità disponibile gratuitamente per gli abitanti. I prodotti, per lo più utilizzati nei ristoranti locali e venduti in modo diretto a chi arrivava in paese, hanno dato vita a una piccola economia mutualistica in paese.
Presto, però, è arrivata anche la consapevolezza che, in un paese che ancora persevera nel programmare il proprio futuro cullandosi nell’idea che “solo il turismo potrà salvarci”, in un paese in cui si vuol credere di non avere bisogno di altro e che si ostina a rispondere in maniera individuale a fabbisogni collettivi malcelati, quel modello non era forse così condiviso.

Oggi la sostenibilità e il futuro della cooperativa sono messi a dura prova dalla logica dei bandi per l’affidamento degli stessi beni e servizi pubblici sulle cui basi era stata costruita. Costretta con le spalle al muro da una comunicazione sfuocata, da narrazioni offerte da mercanti di luoghi e cose, da un’amministrazione non ha fatto lo sforzo di dare continuità ai servizi. Ha trovato forse più semplice cedere alla logica del mercato: quella che premia l’offerta economicamente più vantaggiosa, che valorizza l’estetica a scapito dell’etica, che prescinde dall’utile per la comunità, e che non mira a generare ricadute economiche o sociali sul territorio.
Così il progetto ha iniziato a sgretolarsi, proprio all’alba di una nuova iniziativa che avrebbe potuto offrire un contributo concreto, seppur non esaustivo, a una necessità sociale comune nei paesi di montagna: quella dei servizi di prossimità e della mobilità condivisa. Un sogno generato da un bisogno reale: la Portineria rurale di comunità.
Prima (nell’estate del 2023) la gestione del Parco Avventura è stata affidata al miglior offerente attraverso un bando concepito in modo tale che la cooperativa non avrebbe mai potuto parteciparvi, a meno di ridurre drasticamente la retribuzione dei soci lavoratori. Una scelta che ha, di fatto, escluso la cooperativa dalla possibilità di competere. E oggi con la decisione dell’ufficio tecnico comunale di gestire internamente la cura del verde, ricorrendo a risorse umane fornite da un’agenzia interinale — una S.p.A. lombarda — che ha superato l’offerta della cooperativa con un risparmio per le casse comunali di poco più di 300 euro al mese. Infine, il campeggio, che non sarà più gestito secondo la logica della cooperativa che garantiva lavoro e sostentamento a un’intera famiglia, perché è stato assegnato (nella primavera del 2025) tramite un bando che ha valutato la sola offerta economica, ignorando del tutto l’impatto sociale o il progetto per la comunità.

Una decisione che non solo sconfessa il programma elettorale dell’amministrazione, ma soprattutto calpesta vent’anni di buona gestione, mettendo in seria difficoltà economica la famiglia di Giorgia e Mimmo, costretta a ripensare il proprio futuro, inevitabilmente lontano dal proprio paese.
Senza queste attività cardine, viene meno anche il sostegno all’agricoltura, ai servizi di prossimità e ai progetti di sviluppo e crescita sociale: mancano le risorse e le energie per portarle avanti.
Il campeggio ci sarà ancora, rinnovato e con una nuova gestione, ma privo del valore sociale comunitario che l’impresa collettiva sapeva esprimere. Resterà (si spera) un luogo di bellezza e natura, ma si perde l’idea che, grazie a un modello virtuoso, si potesse restituire qualcosa alla comunità. Campo di Giove rischia così di diventare sempre più un villaggio turistico che un paese vivo.
Eppure, la cooperativa va avanti, come fanno le imprese virtuose di montagna: prova a rialzarsi, a ripartire, con nuove idee e attività. Si pensa a nuove forme di fare turismo, ma anche al progetto della Portineria di comunità. Resta, nelle parole dei protagonisti, l’amaro in bocca di una storia che dimostra come, ancora oggi, manchi un sistema capace di riconoscere e premiare chi genera valore per tutti, e non solo profitto per pochi.
Perché i bandi premiano solo l’offerta economica più vantaggiosa e non tengono conto di chi investe nel lavoro dignitoso, nel territorio, nella collettività. Se questa logica non cambia, sarà sempre più difficile per piccole imprese che hanno come obiettivo vivere (bene) la montagna, valorizzandola per quello che è e ha da offrire, piuttosto che semplicemente lasciarla all’abbandono o consegnarla a chi vuole solo estrarne valore, senza un chiaro meccanismo di restituzione alla comunità.
Esistono certamente alcuni casi virtuosi di relazione tra amministrazioni comunali e privati, ma spesso restano soltanto “belle storie da raccontare”. Ecco perché dovremmo iniziare a raccontare anche quelle esperienze che si scontrano con la realtà più diffusa. Quelle difficili da digerire, ma che aiutano a comprendere davvero cosa significhi fare impresa di comunità. Questo caso ne è un esempio, come molti altri che si arenano nella difficoltà di costruire cooperazione virtuosa con le amministrazioni. Non perché queste non vogliano sostenere i progetti, ma perché attivare modelli diversi richiede maggiore fatica, uno sforzo immaginativo ancor più che burocratico, che spinge ad evitare il rischio.
La storia di Tavola Rotonda insegna due cose fondamentali: da un lato, che fare impresa di comunità è molto più complesso di quanto appaia. Richiede la capacità di leggere il territorio, relazionarsi con la comunità, e soprattutto visioni ancora troppo assenti, per superare logiche di concorrenza, bandi e meccanismi amministrativi ed economici inadatti a sistemi che si muovono oltre ciò che è già previsto da pratiche e linee guida esistenti; dall’altro, ci parla della forza di reinventarsi, anche nelle difficoltà. Come fa Mimmo, che continua a considerare la cooperativa un’impresa non orientata al profitto, ma al benessere collettivo e alla nascita di nuovi servizi per chi il paese lo vive.
“Nonostante l’incompatibilità teorica delle economie di comunità con il modello capitalista, nella pratica, spesso devono fare compromessi per consolidare le alternative che propongono. La tensione tra creare nuovi paradigmi e smantellare immaginari consolidati può essere affrontata con la presa di consapevolezza che si possono creare delle alternative, nonostante la necessità di interazione con i modelli economici dominanti”. Scrivevo così di Tavola Rotonda e delle imprese di comunità nelle montagne del Sud poco più di un anno fa, quando i timori di oggi cominciavano a prendere forma.
L’articolo, insieme a diversi altri ricchi di stimoli sulle montagne del Sud, può essere scaricato e letto open access sul volume “Memorie Geografiche – Oltre la globalizzazione: Sud”, nella sezione Montagne meridionali, disponibile a questo link.
Ringrazio per il contenuto di questo articolo Mimmo Curciarello, che non si è risparmiato nel condividere le fragilità di un sistema che spesso nascondiamo dietro narrazioni di vetro, che però coprono solo ciò che dà fastidio vedere.
Gli Appennini sono da sempre abitati, vissuti e lavorati. La loro geografia lo testimonia: piccoli paesi incastrati tra le alture, collegati da strade e sentieri che raccontano storie di mobilità. Luoghi che storicamente sono stati centrali nelle relazioni politiche, economiche e culturali del Mediterraneo in cui si estraevano risorse, producevano beni preziosi, sperimentavano innovazioni e mestieri.
Partendo dall’Appennino centrale, contesto delle nostre ricerche e attività politiche e sociali, il blog racconta storie ed economie montane contemporanee, intendendo economia come cura e gestione del bene comune, inserita in trame ecologiche multi-specie. Raccontiamo pratiche collaborative di gestione e cura del rurale con radici secolari, così come di esperienze recenti e soggettività impreviste che immaginano nuovi modi di abitare e produrre in montagna. Raccontiamo queste storie con uno sguardo che cerchi di parlare al futuro e di stare - senza scioglierle - nelle contraddizioni del presente















