Cos’hanno in comune il record di temperatura al rifugio più alto d’Europa (9,5 gradi a 4554 metri) e i conflitti internazionali?

In un mondo dove tutto si tiene, supportare un’impostazione nazionalista significa interrompere processi di slancio comunitario finalizzati a una gestione collettiva dei problemi; adottare uno sguardo nazionalista equivale a esacerbare ulteriormente tensioni internazionali che andranno ad acuirsi a causa del clima che cambia; uscire dal recinto del nazionalismo può al contrario offrire dei benefici concreti all’umanità

di cui il Comitato scientifico dell’AltraMontagna è garante.
È nel solco del sostanziale disinteresse sociale per la causa climatica che è andata a inserirsi una notizia decisamente allarmante: i sensori della stazione meteorologica di Arpa Piemonte ieri, a mezzogiorno, hanno registrato 9,5 gradi ai 4554 metri di Capanna Margherita (Monte Rosa). Il valore batte di 0,2 gradi il precedente primato di 9,3°, rilevato dieci anni fa (ne parliamo in QUESTO ARTICOLO).
Che questo dato venga o meno validato, i meteorologi evidenziano che le temperature di questi giorni rappresentano in ogni caso un’anomalia.
Senza girarci troppo attorno, checché ne dicano negazionisti e tutori dello status quo petrolifero, la causa di questo inanellarsi di record – così fitto da assuefare alle eccezionalità – è originata dai gas serra emessi in atmosfera dalle attività antropiche. La scienza, compatta, lo sostiene ormai da decenni.
Sembra quasi banale doverlo ripetere, eppure tanto banale non è: la struttura su cui è imperniato il nostro modello sociale continua a navigare le acque schizofreniche dei consumi; continua a inseguire la luce abbagliante degli eccessi.
La cultura dell’addizione non smette di prevalere sulla cultura della sottrazione: che non incentiva una vita di stenti e di privazioni assolute, ma a invita a perseguire la strada dell’equilibrio e della sobrietà.
I 9,5 gradi di Capanna Margherita sono un campanello d’allarme. L’ennesimo, anche se ormai sembra echeggiare lontano, con una frequenza forse troppo timida per scalfire le nostre coscienze e per condizionare il nostro voto alle elezioni. In ogni caso il campanello suona e nel farlo ci ricorda che, prima o poi, con il termometro che schizza verso l’alto dovremo fare i conti.
Considerato il carattere globale del problema climatico, non siamo chiamati solo a un cambio di prospettiva culturale, ma anche politico. In un mondo dove tutto si tiene, infatti, supportare un’impostazione nazionalista significa interrompere processi di slancio comunitario finalizzati a una gestione collettiva dei problemi; adottare uno sguardo nazionalista equivale a esacerbare ulteriormente tensioni internazionali che andranno ad acuirsi a causa del clima che cambia; uscire dal recinto del nazionalismo può al contrario offrire dei benefici concreti all’umanità.
L’auspicio – molto utopico di questi tempi – è quello di prenderne consapevolezza prima di essere inghiottiti, perché dal buio degli abissi è inutile chiedere aiuto.












