Guide Ambientali Escursionistiche contro boscaioli: per risolvere il conflitto serve un maggiore dialogo tra fruitori della montagna e settore forestale

Una lettera dai toni molto duri contro la gestione forestale applicata in Toscana è stata inviata da alcune Guide Ambientali Escursionistiche locali ai responsabili politici dei settori turismo, ambiente e agricoltura della Regione. Un’occasione per riflettere su un forte conflitto in atto anche in molte altre parti del Paese

di cui il Comitato scientifico dell’AltraMontagna è garante.
Negli scorsi giorni sono stato particolarmente colpito da una lettera che alcune Guide Ambientali Escursionistiche (GAE) della Toscana hanno inviato ai responsabili politici dei settori turismo, ambiente e agricoltura della propria Regione. Nella lettera si utilizzano termini molto netti per denunciare un “sempre crescente disboscamento dagli effetti devastanti, sia a livello paesaggistico e naturalistico, sia a livello della semplice fruizione”. Le GAE parlano di “sfruttamento di tipo industriale” e invitano la Regione ad intervenire “prima che il livello di degrado sia tale da compromettere l’accesso e dunque il turismo in intere fette di territorio”.
Il chiaro riferimento della lettera è alla gestione del bosco ceduo, molto comune in Toscana, utilizzato con turni di circa 20-40 anni per produrre paleria, cippato di legno a usi energetici e soprattutto legna da ardere. Una forma di governo del bosco che, nel momento del taglio, può in effetti lasciare sconcertati i non addetti ai lavori, dato che buona parte del soprassuolo viene tagliato ed esboscato lasciando poche piante in piedi; una forma di governo che, tuttavia, è prevista dalle normative, è studiata da tempo dalla ricerca e si basa sulla capacità naturale di ricaccio dalle ceppaie delle latifoglie: il bosco rinasce già dalla stagione vegetativa successiva al taglio attraverso la nascita di nuovi alberi (i cosiddetti polloni) e torna a coprire, in breve tempo, il vuoto lasciato dallo stesso; una forma di governo che va applicata solo nei luoghi idonei e con le dovute accortezze selvicolturali, ma che può avere ancora molto senso, dato che i suoi assortimenti legnosi (materia prima rinnovabile) sono utili e richiesti.
La lettera delle GAE è una presa di posizione molto forte, forse senza precedenti, contro questo tipo di gestione. Una dura presa di posizione a cui si potrebbe rispondere in molto altrettanto energico: quali statistiche, dati, studi o monitoraggi dimostrano che in Toscana si stia “disboscando” con “effetti devastanti”? In questa regione esistono Università, Centri di Ricerca, Accademie e Amministrazioni che si occupano giornalmente proprio di gestione forestale e non risulta esserci traccia (a parte alcuni singoli rari casi) di un allarme generalizzato di tale rilevanza da parte degli esperti di questi importanti e credibili soggetti istituzionali.
Ma lasciando da parte l’eterna dicotomia tra le opinioni personali e i dati oggettivi, la lettera delle GAE può rappresentare un importante spunto di riflessione, perché ci invita a ragionare su un reale conflitto in atto, sempre più esacerbato in tante valli di Alpi e Appennini: quello tra gestione forestale e fruizione turistico-ricreativa del territorio.
Chiaramente un cantiere forestale non è ciò che un “normale” fruitore del bosco per fini ludici o sportivi si aspetta di trovare durante un’escursione; spesso si frequenta il bosco e la montagna proprio alla ricerca di natura, per fuggire il più possibile dall’impatto antropico fin troppo presente nelle nostre vite. Ma il ruolo di una Guida dovrebbe essere anche quello di contestualizzare un cantiere forestale all’interno del paesaggio. La gestione forestale, così come l’agricoltura, è parte integrante del nostro paesaggio da millenni, specialmente in territori come quello della media montagna o a maggior ragione come quello collinare toscano, dove l’alternanza di vigneti, uliveti, campi e boschi cedui rappresenta un elemento storico e di notevole valore.
Una Guida dovrebbe anche spiegare il perché quei boschi cedui esistono, e come funzionano dal punto di vista selvicolturale. Nella lettera si parla di “sfruttamento industriale”, ma buona parte dei prodotti derivanti da questo tipo di gestione viene utilizzata come paleria ad uso agricolo o legna da ardere per scaldare le case di chi vive in aree rurali: materia prima ed energia rinnovabile che permettono di non utilizzare fonti fossili.
Una Guida dovrebbe anche raccontare che in quei luoghi esiste un tessuto socioeconomico vitale non solo grazie al turismo, ma anche all’agricoltura e alla selvicoltura, che permettono un costante presidio di territori a rischio di abbandono.
Una Guida, in quanto “sentinella” del territorio, può (e forse deve) certamente anche denunciare a chi di dovere un singolo intervento mal eseguito, se ha le competenze per individuarlo. Ma da qui a tracciare tendenze regionali con giudizi così netti e generici ne passa.

Nonostante tutto questo, sarebbe troppo facile criticare solo le parole utilizzate dalle Guide. Una delle situazioni denunciate nella lettera, ad esempio, è che i mezzi moderni utilizzati per le attività forestali arrecano danni a sentieri e mulattiere, compresi tracciati storici di indubbia valenza, come quelli recentemente riscoperti dai cammini. Questa, purtroppo, è una situazione che si verifica non di rado, così come sono frequenti le denunce di alberi tagliati che portavano il caratteristico segno bianco-rosso del CAI. Non sempre le imprese boschive lavorano con la sensibilità e l’accortezza necessarie ad operare in luoghi di valenza turistico-ricreativa e la legge (a mio avviso erroneamente) non sempre impone, per gli interventi selvicolturali nei boschi cedui, l’obbligo della progettazione degli stessi da parte di tecnici laureati, che ne dovrebbero garantire la corretta realizzazione.
Questi ed altri problemi, ad esempio legati all’esecuzione degli interventi selvicolturali e alla mancanza di adeguati controlli, in alcuni contesti forestali esistono eccome, sarebbe inutile e sbagliato nasconderli. Ma personalmente credo sia altrettanto controproducente utilizzare termini come “disboscamento” o “distruzione” per attività previste dalle norme che spesso sono svolte in boschi privati, dove i proprietari esercitano un diritto costituzionale regolato da normative nazionali e regionali.
Come ha commentato Andrea Bernardini, naturalista toscano, direttore del Consorzio Forestale delle Cerbaie (PI) e anche Guida Ambientale Escursionistica, le Guide non dovrebbero solo registrare lo sconcerto per un bosco tagliato quanto, perlomeno: “Entrare in relazione con il mondo dei tagli boschivi, che ha lo stesso diritto di utilizzare il paesaggio che hanno loro”. “Entrare in relazione”, secondo Bernardini, “significa non solo pronunciare giudizi, ma anche conoscere un po' più dall'interno il processo e le implicazioni di un taglio”.
Aggiungo a questo altri elementi, spero costruttivi, sotto forma di domande, sempre legati al concetto di “entrare in relazione”, che in fondo è il primo passo per provare almeno a superare un conflitto.
Perché le associazioni delle Guide, così come il CAI, non sono chiamati da chi di dovere a dialogare con i rappresentati delle imprese boschive e dei professionisti forestali? Sarebbe così difficile stilare un protocollo d’intesa comune, mediato dalle istituzioni, su come operare in aree ad alta valenza turistico-ricreativa? Sarebbe davvero impossibile trovare delle buone pratiche condivise per tutelare e/o ripristinare la rete sentieristica laddove interessata da un cantiere forestale? Sarebbe così assurdo prevedere una cartellonistica speciale, dove ai fruitori del bosco viene spiegato in modo divulgativo ma dettagliato l’intervento selvicolturale in atto, così come avviene in altre parti d’Europa? Sarebbe folle prevedere delle piccole fasce di rispetto in concomitanza di alcune aree specifiche? E se tutto questo comportasse un costo aggiuntivo o un mancato reddito per i proprietari forestali, sarebbe davvero impensabile prevedere delle forme di aiuto economico per gli stessi, dato il grande valore generato dal turismo?
Entrare in relazione, è questo il punto. Il paesaggio in fondo è la quintessenza della relazione: tra natura ed esseri umani, ma anche tra le diverse esigenze di quest’ultimi. Il paesaggio forestale non è solo dei legittimi proprietari e dei selvicoltori, così come non può essere ovviamente soltanto di Guide, turisti ed escursionisti. Occorre quindi una mediazione e un’apertura al dialogo da entrambi i lati della barricata.
Più che scrivere lettere dai toni drammatici che fanno gola ai giornali o rispondere alle stesse con ancora più livore e la supponenza di chi è convinto che “va tutto bene”, occorrerebbe sedersi attorno a un tavolo e ragionare. Per affrontare questo conflitto c’è bisogno di persone di buona volontà da entrambi i lati, mediate da amministrazioni lungimiranti: una condizione necessaria nei “paesaggi della multifunzionalità e della bioeconomia” (e non dell’abbandono) a cui dobbiamo tendere nel cammino della transizione ecologica.












