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Idee | 05 luglio 2025 | 18:00

Le frane sulla Statale Alemagna fanno emergere le molteplici problematiche della montagna bellunese?

La circolazione lungo la strada statale 51 è interrotta in un breve, strategico, tratto tra San Vito di Cadore e Cortina d’Ampezzo, lontano dai centri abitati. Per tutti, residenti e turisti, lavoratori e pendolari, è necessario ripianificare gli spostamenti diretti nel capoluogo ampezzano, sfruttando la viabilità alternativa. Ed è qui che i nodi cominciano a venire al pettine. Una strada interrotta è come una catena spezzata, che mette a nudo le fragilità di un sistema complesso come quello che caratterizza le terre alte

Questo articolo si rispecchia nei nove punti del Manifesto,
di cui il Comitato scientifico dell’AltraMontagna è garante.

Cominciamo dai fatti: la circolazione lungo la strada statale 51 è interrotta in un breve, strategico, tratto tra San Vito di Cadore e Cortina d’Ampezzo, lontano dai centri abitati. 

 

Non è mai stata chiusa l’intera Alemagna, importante arteria stradale del nord-est che collega pianura e montagna, snodandosi per 134 chilometri tra San Vendemiano (in provincia di Treviso) e Dobbiaco (in provincia di Bolzano), attraversando da sud a nord una parte della provincia di Belluno e la valle del Boite.

 

“A seguito dell’elevato rischio di frane, permane la chiusura in via precauzionale della statale 51 'di Alemagna' al chilometro 95,200 in località San Vito di Cadore (Belluno)”, spiega Anas. 

In poco tempo la chiusura ha provocato disagi a catena, come un detonatore capace di far esplodere diverse problematiche finora rimaste più o meno sopite ma che, sovrapposte una all’altra, attanagliano la montagna bellunese.

 

L’interruzione al traffico è avvenuta dopo le poderose colate detritiche che a più riprese sono scese dalla Croda Marcora, nel gruppo del Sorapiss, invadendo la sede stradale fino ad arrivare nel letto del torrente Boite. La zona non è nuova a frane e distacchi di materiale, che dai massicci dolomitici precipitano a valle innescati da precipitazioni intense e da squilibri climatici sempre più evidenti: nell’ultimo mese è successo prima a Borca di Cadore - dove l’Antelao ha scaricato sulla strada e su alcune abitazioni un fiume di rocce e fango - e poi a nord di San Vito, in un’area distante dal paese, all’altezza di Dogana Vecchia. 

 

Il territorio è purtroppo soggetto a fenomeni di questo tipo: QUI l’approfondimento con il contributo del geologo Emiliano Oddone dopo i primi casi di metà giugno e QUI le spiegazioni del geologo Mirko Demozzi, dopo i fatti che riguardano l’area a nord di San Vito di Cadore.

 

Torniamo quindi all’interruzione della circolazione in quel breve tratto dell’Alemagna, dove il transito è attualmente consentito solo in caso di emergenze e previa autorizzazione dei Vigili del Fuoco, rilasciata in seguito a specifici sopralluoghi e verifica delle condizioni meteo. 

 

Per tutti, residenti e turisti, lavoratori e pendolari, è necessario ripianificare gli spostamenti diretti a Cortina d’Ampezzo, sfruttando la viabilità alternativa. Ed è qui che i nodi cominciano a venire al pettine. 

 

Per chi risiede in Cadore (o ancora più a valle) e lavora a Cortina d’Ampezzo - e sono molti, data la scarsità di alloggi economicamente accessibili nella conca - il tragitto casa-lavoro è diventato una vera odissea. San Vito-Cortina distano 11 chilometri, pari a circa un quarto d’ora in automobile. Adesso, è necessaria almeno un’ora e mezza, seguendo un itinerario di oltre 70 chilometri che porta a ridiscendere la valle del Boite fino a Pieve di Cadore, poi risalire quella d’Ansiei fino ad Auronzo e da lì intraprendere il passo Tre Croci per raggiungere Cortina. 

 

E qui tocchiamo diversi nodi. Il primo: la cronica carenza di abitazioni per i lavoratori a Cortina d’Ampezzo, che nel tempo ha spostato molti potenziali “abitanti” in altri paesi (il saldo demografico del Comune ampezzano è in continua decrescita dal 2011, mentre lievitano i prezzi delle case, come riportavamo in QUESTO ARTICOLO). Il secondo: il passaggio forzato verso zone già ampiamente battute dal traffico, come il passo Tre Croci, da anni sotto pressione per i tanti mezzi dei turisti diretti al lago del Sorapiss (uno degli hotspot dell’overtourism dolomitico) e crocevia di quelli che puntano alle Tre Cime di Lavaredo. 

 

Le alternative principali presentate dai navigatori satellitari e dalle mappe pubblicate sui giornali indicano come soluzioni per chi deve raggiungere Cortina d’Ampezzo diverse possibilità: da Longarone, proseguire per Auronzo e il passo Tre Croci, oppure per la Val di Zoldo e il passo Giau. Cortina è raggiungibile anche dal passo Cimabanche, per chi arriva da nord (Val Pusteria - Dobbiaco) o attraverso i passi Giau e Falzarego.  

 

E qui viene a galla un’altra criticità: la cosiddetta viabilità alternativa, su cui si riversa anche il traffico dei mezzi pesanti, è costituita da passi dolomitici e strade di montagna per loro conformazione tortuose e soggette a loro volta a possibili dissesti. Tra queste, ad esempio, c’è la strada provinciale 251 della Val di Zoldo e Val Cellina, tormentata da molteplici chiusure temporanee legate a colate detritiche innescate dal maltempo e interessata negli ultimi anni da svariati interventi di messa in sicurezza (senz’altro utili, ma purtroppo non risolutivi in modo definitivo e con un orizzonte a lungo termine).

 

Insomma, sembra quasi che ci si ricordi di alcune valli solo quando queste ultime diventano un efficace “piano b” per mete più blasonate.

Qualcuno, in questo, potrebbe intravedere un inaspettato vantaggio per alcune vallate poste al di fuori dalle rotte più battute. E potrebbe rivelarsi tale, a condizione però che il viavai di passaggio - quello alimentato dai turisti, si intende - non si traduca solo in un flusso di veicoli più consistente del solito (che lascia in valle gas di scarico e rimbombo di motori che hanno fretta di raggiungere altre destinazioni), ma magari nell’occasione per scoprire paesi e territori che hanno da offrire molto di più di una strada alternativa. 

 

C’è un ultimo dato di fatto: nei giorni di chiusura dell’Alemagna alle porte di Cortina, l’andirivieni da Tai di Cadore fino a San Vito si è ridotto notevolmente, a danno dei paesi inanellati uno dopo l’altro lungo la valle del Boite: un problema per l’economia locale di San Vito, Borca, Vodo, Venas, Valle e di tutti gli altri centri abitati che di punto in bianco si sono visti tagliati fuori dalla circolazione e da una comunicazione poco chiara, che ingiustamente li ha messi in ombra. 

 

Tra Pieve e Valle di Cadore si sono concentrati ingenti interventi viari che rientrano nel piano delle opere infrastrutturali legate alle imminenti Olimpiadi invernali. Sono quasi pronti, infatti, i due tunnel che serviranno a snellire il traffico che finora transita attraverso i paesi, abbreviando di alcuni minuti il tempo di percorrenza dell’Alemagna. 

 

Più su, si lavora sodo per ripristinare la viabilità in sicurezza e si guarda con apprensione al cielo e ai bollettini meteorologici, sperando che nuove precipitazioni non compromettano ancora la quotidianità. 

 

Inutile ricordare che, nel capoluogo ampezzano, procedono i lavori per ultimare un’infrastruttura che le autorità considerano prioritaria per il territorio bellunese: la discussa pista da bob, finanziata da cospicui fondi pubblici.

 

Torna alla mente la citazione attribuita a Thomas Reid: “Una catena è forte quanto il suo anello più debole”. In altre parole: l’efficacia complessiva di un sistema dipende dalla fragilità degli elementi che lo compongono; quando anche un solo tratto è compromesso, l’intera rete perde gran parte della propria efficacia. Una strada interrotta è come una catena spezzata, che mette a nudo le fragilità di un sistema complesso come quello che caratterizza le terre alte. 

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