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Idee | 11 maggio 2025 | 06:00

"L’orto di montagna insegna la cura minuta. Inse­gna a pensare per piccoli passi. Addestra a quel minimo di sacrificio e di dedizione"

"Accanto a questo sforzo di sostenibilità economica, bisogna avere un occhio di riguardo speciale per gli orti, per le coltivazioni di prossimità diffuse, fa­miliari, capaci di attivare una sensibilità meglio af­finata nei confronti della cura dei luoghi – un me­todo di cura territoriale, per così dire, una filosofia della misura che diventi una piega dell’esistenza". Così riflette Matteo Melchiorre nel sesto capitolo de "La montagna, con altri occhi", il primo libro della collana de L’AltraMontagna

Questo articolo si rispecchia nei nove punti del Manifesto,
di cui il Comitato scientifico dell’AltraMontagna è garante.
Festival AltraMontagna

“Nella lunga era che precede la Rivoluzione industriale della seconda metà del Novecento, la prevalenza della zappa sull’aratro nella preparazio­ne dei terreni alla coltura era uno degli elementi che consentivano di individuare un dato territo­rio come 'montagna'. La zappa prevaleva infatti sull’aratro laddove l’impiego di quest’ultimo era difficoltoso o impossibile e laddove, invece, il ri­corso alla zappa era pratico ed efficace. Essa po­teva operare sulla pendenza, anche massima, ed essere utilizzata su terreni, non necessariamente pendenti o declivi, inaccessibili per buoi e/o ca­valli da tiro. La zappa, inoltre, risultava economica e funzionale all’interno di una geografia fondiaria spesso caratterizzata, in montagna, da fazzoletti di terra, ossia da appezzamenti piccoli, sparsi, fram­mentari e perciò di assai macchinosa lavorabilità per mezzo della coppia animale-aratro”.

 

Il sesto capitolo de La montagna, con altri occhi – il primo libro della collana de L’AltraMontagna – si apre con le parole dello storico e scrittore Matteo Melchiorre. Melchiorre riflette sugli sviluppi dell’agricoltura di montagna e ci accompagna dalla zappa, agli orti; dalle abitudini del passato, non di rado “conseguenza di ineludibili dati altimetrici, climatici e geografici”, alle tendenze del presente.

 

Tra le numerose forme e modalità con cui l’agricoltura si manifesta sui territori montani, Melchiorre ne individua una, “protagonista silenziosa: l’orto domestico”.

 

“Siano essi nella bassa, nella media o nell’al­ta montagna (compatibilmente con le quote vege­tative), gli orti, in prossimità delle case o nelle loro immediate adiacenze, sono un tratto paesaggistico, economico e sociale, diffuso, costante e connotan­te. L’orto domestico montano – uno spazio chiuso, recintato, protetto, e spesso associato, tradizional­mente, al lavoro femminile – è una componente non trascurabile nei bilanci familiari dell’agricoltu­ra di montagna. L’orto, di dimensioni variabili, nel quale sta raccolta, per effetto di una concimazione intensiva, la terra più fertile, offre un’integrazione alimentare sostanziale e, spesso, decisiva.


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Ovviamente, l’orto di montagna non è volto alla produzione di surplus da commerciare. Non aspi­ra a porsi come base della sussistenza alimentare. Non è oggetto di una 'professionalizzazione' agra­ria. L’orto è il rudimento dell’agricoltura. È un mi­crocosmo che non solo si integra nell’assetto eco­nomico complessivo di una famiglia (o azienda o unità produttiva), ma può anche influire sul modo di essere, costruendo indirettamente 'competenze esistenziali' e affinando la consapevolezza del no­stro rapporto con la natura generante. L’orto, in breve, indica la strada di un’agricoltura praticata e diffusa, che non aspira a divenire reddito, a tradur­si in introito o in profitto, ma, dando comunque un apporto alle economie familiari, a indirizzare verso uno stile di vita.

 

L’orto prossimale richiede infatti costanza quo­tidiana, una manualità diversa dalla mera confi­denza coi mezzi meccanici di manutenzione delle pertinenze abitative; impone una razionalizzazione dello spazio produttivo e, a suo modo, in relazione alla quota, un progetto colturale. Comporta inoltre – cosa evidentissima negli orti di montagna tradi­zionali – un criterio estetico, come una specie di interna, minuscola urbanistica. L’orto di montagna insegna la cura minuta, giorno per giorno. Inse­gna a pensare per piccoli passi. Addestra a quel minimo di sacrificio e di dedizione. Chiarisce che la natura è comunque sovrana, e ci richiama a un dialogo su basi concrete.

 

Cura. Costanza. Piccoli passi. Sacrificio. Dialo­go pratico con la natura. Questo insegnano gli orti montani, e questa, in fondo, è l’agricoltura che può essere conciliabile – per l’uomo comune che viva in montagna – con il mondo contemporaneo e che può avere un senso proprio al di là delle grandi lo­giche affaristiche del mercato agrario; logiche che stanno fuori dalla montagna, lontano, nella pianura dell’agricoltura intensiva-estensiva meccanizzata.

 

A chi voglia osservare il futuro della montagna con oggettività non sfuggono certo i limiti produt­tivi reali, la fragilità strutturale della bilancia eco­nomica, l’inasprirsi delle incertezze e dei rischi le­gati ai cambiamenti climatici e le false sirene di una sistematica palingenesi agricola legata al prodotto tipico di turno. Per la montagna, un’agricoltura produttiva, fruttifera, deve esistere, se si vuole pre­servare il paesaggio montano rurale e se si ambisce a contenere, almeno in parte, lo spopolamento; ma accanto a questo sforzo di sostenibilità economica, bisogna avere un occhio di riguardo speciale per gli orti, per le coltivazioni di prossimità diffuse, fa­miliari, capaci di attivare una sensibilità meglio af­finata nei confronti della cura dei luoghi – un me­todo di cura territoriale, per così dire, una filosofia della misura che diventi una piega dell’esistenza”.

 

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