"Contavo le terapie come se fossero tappe: il traguardo era la vita. Poi ho 'scalato' l'Everest in bicicletta". Silvia Grua: in sella per la ricerca contro il cancro

Dopo la diagnosi e dodici interventi chirurgici ha deciso di supportare la scienza attraverso un'impresa sportiva: "Ho percorso una salita di 6,2 chilometri, tra le province di Torino e Biella, per 27 volte, totalizzando 8.912 metri di dislivello, 343 chilometri in 18 ore. Questi sono i numeri tecnici, ma il numero più bello è stato un altro: il messaggio è stato davvero accolto, in quell’occasione sono stati raccolti quasi 14.000 euro per la ricerca". A settembre una nuova sfida

di cui il Comitato scientifico dell’AltraMontagna è garante.
Silvia Grua è nata nel 1975 e vive in un piccolo centro del Basso Canavese, in provincia di Torino. Prima con la corsa, poi con il ciclismo, ha imparato a conoscere sé stessa e a cercare la bellezza nei paesaggi che attraversava. Il suo sguardo si è riempito dei colori del paesaggio, che ha voluto raccontare nel suo libro I colori della salita.
A 34 anni ha dovuto affrontare due volte una diagnosi di tumore. Ma proprio la disciplina e la forza d’animo maturate nella pratica sportiva le hanno permesso di reagire, trasformando la fatica e il dolore in determinazione. Ha scelto di affrontare anche le salite più dure della vita con l’obiettivo di trasmettere un messaggio: l’importanza della prevenzione e il sostegno alla ricerca scientifica.
È con questo intento che, il 4 settembre 2021, ha portato a termine una sfida straordinaria, l’Everesting. Un’impresa compiuta dietro casa: sulla salita della Broglina, da Bollengo a Magnano, ha percorso in bicicletta un dislivello complessivo di 8.848 metri, pari all’altezza dell’Everest. Una prova di forza e resistenza, ma soprattutto un gesto simbolico, per dimostrare che anche le montagne più alte si possono affrontare.
Oggi si racconta a L’AltraMontagna, con i suoi colori, le sue battaglie e i suoi progetti. È l’occasione per lanciare un invito rivolto a tutti: sostenere la ricerca sui tumori pediatrici attraverso una raccolta fondi per la Fondazione Umberto Veronesi (Qui il link per la donazione).

Ci racconti come sono cominciati i tuoi progetti?
Io sono nata come podista. Vivo in un piccolo paese del Canavese, ai piedi dell’anfiteatro morenico vicino a Ivrea, e ho sempre guardato le montagne. Fin da piccola desideravo avvicinarmi a loro, toccarle quasi con un dito. Con la corsa ho avuto la possibilità di farlo: studiavo i percorsi sulle cartine, li affrontavo con lo zaino in spalla, facevo trekking, gare podistiche. Man mano, cresceva il mio desiderio di salire sempre più in alto, di vedere le montagne da vicino. Poi, a 34 anni, ho scoperto di avere un tumore. Da lì, la salute è cambiata per me. Ma proprio lo sport mi aveva insegnato ad affrontare le difficoltà un passo dopo l’altro. Così, come nelle gare, dove ogni chilometro in più ti porta più vicino al traguardo, io affrontavo le terapie, gli interventi chirurgici. Li contavo come se fossero tappe: meno uno, meno due… e poi il traguardo, che in quel caso era la vita.
In quel momento è nata l’idea dell’impresa?
Nel 2021, dopo un ulteriore controllo, mi viene detto che serve un altro intervento. Ad oggi sono dodici gli interventi chirurgici che ho affrontato. Ricordo che mi sono seduta sugli scalini dell’ospedale e ho iniziato a pensare all’ennesimo ostacolo. Ma io non mi soffermo mai su quello che ho immediatamente di fronte, penso a cosa c’è oltre. E in quel momento ho sentito il desiderio di unire di nuovo le mie due grandi passioni: la montagna e la corsa. Purtroppo, però, a causa delle terapie non potevo più correre. È stato così che ho scoperto il ciclismo. Ho comprato la mia prima bici da strada a 39 anni. Quando ho agganciato i pedali per la prima volta (io lo chiamo “il click magico”) è successo qualcosa. Potevo di nuovo avvicinarmi alle montagne. Percorrevo le strade che conoscevo, vedevo i pascoli, salivo verso la roccia, finché la strada finiva. E da lì, di nuovo, vedevo il mondo dall’alto. Così ho iniziato a sognare in grande. Mi sono chiesta: qual è la montagna più alta del mondo? L’Everest. Ma eravamo in piena pandemia, si poteva fare sport solo intorno a casa. E allora? Ho deciso di raggiungere simbolicamente l’altezza del Monte Everest – 8.848 metri – salendo più volte una salita vicino a casa, fino a totalizzare quel dislivello.
Ma non era solo una sfida sportiva. Com’è entrata a farne parte la Fondazione Umberto Veronesi?
Non volevo farlo solo per me. Volevo fare qualcosa per gli altri. Perché grazie alla ricerca ho potuto affrontare cure innovative ed essere ancora qui. Volevo testimoniare l’importanza dei controlli, delle cure. Il traguardo, come dicevo, è la vita. Ho scritto alla Fondazione Umberto Veronesi proponendo la mia idea. E così è iniziato tutto. Il 4 settembre 2021 ho realizzato il mio sogno. Ho percorso una salita di 6,2 chilometri, tra le province di Torino e Biella, per 27 volte, totalizzando 8.912 metri di dislivello, 343 chilometri in 18 ore. Questi sono i numeri tecnici, ma il numero più bello è stato un altro: il messaggio è stato davvero accolto, in quell’occasione sono stati raccolti quasi 14.000 euro per la ricerca. La mia sfida era il simbolo delle strade in salita che tutti possiamo incontrare nella vita. Sta a noi non fermarci, non vedere solo il nero che ci circonda, ma cercare i colori dentro di noi. Un colpo di pedale dopo l’altro, un passo dopo l’altro, verso il nostro sogno, la nostra cima.
Hai scelto di destinare quei fondi alla ricerca sui tumori femminili. Perché?
Ho scelto di sostenere la Fondazione Veronesi per la ricerca sui tumori femminili, perché avevo ricevuto una diagnosi di tumore raro, che come donna mi ha sottratto un sogno: la possibilità di avere figli. Due mesi dopo la fine delle prime terapie, purtroppo si è ripresentato in forma più aggressiva. È stato durissimo. Sapevo cosa mi aspettava: cure più forti, altri interventi. Ma lì è successo qualcosa. Il medico che mi ha comunicato la diagnosi si è fermato e mi ha chiesto di raccontargli cosa vedevano i miei occhi quando ero in montagna, nei trekking. Lì mi conoscevano come “la ragazza che corre”. Io ho raccontato i colori: il verde dei pascoli che ritrovavo nei pavimenti degli ospedali; l’azzurro del cielo che era lo stesso dei camici sterili dei chirurghi; il rosso scarlatto di un fiore che cresce tra le rocce a 2.000 metri, che rivedevo nelle gocce di un farmaco, quello che mi ha fatto perdere i capelli. I miei lunghi capelli ricci. Dopo un’ora di racconto, il medico mi ha guardata e mi ha detto: “Silvia, tutti questi colori che mi ha raccontato… ora ha una nuova possibilità per rivederli. Non molli. Andiamo avanti”. Da lì ho ripreso le cure. E quei colori li ho portati sempre con me.
Ora hai in programma una nuova sfida. Di che si tratta?
Oggi ho 50 anni. Quest’anno è speciale, è un anno “tondo”. Ogni compleanno per me è importante, perché significa che ce l’ho fatta. E per questo ho deciso di lanciare un nuovo progetto: Silvia oltre le nuvole. Questa volta voglio pensare ai bambini. Perché loro hanno il futuro in mano. Ho ricontattato la Fondazione Veronesi, e quando ho scritto: “Vi ricordate di me?”, loro hanno risposto subito: “Sì, certo!”. Ho detto: non voglio rifare l’Everest, voglio andare oltre. Oltre le nuvole. Così, sempre in sella alla mia bici, affronterò una nuova sfida: 24 ore in bici su una salita vicino a casa, cercando di superare il dislivello dell’Everest e magari anche la raccolta fondi del 2021. Questa volta, per i tumori pediatrici. La data è fissata: 13 settembre. Ogni volta che ne parlo, mi chiedo: “Ma cosa mi sono inventata questa volta?” Ma la speranza è tutta lì, nelle donazioni. Perché anche questa volta voglio che il messaggio arrivi forte: si può andare oltre. Se capita di trovare un ostacolo, magari si deve fare un giro più lungo, come in montagna, ma lassù ci si arriva.













