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Coronavirus, 9 giorni (il dato peggiore d’Italia) per individuare un positivo dopo i primi sintomi. In Trentino scatta l’allerta del monitoraggio settimanale

Medici e sindacati lanciano l’allarme e parlano di un sistema sanitario che rischia il collasso, Fugatti però smentisce: “Stiamo garantendo il servizio a tutti i trentini”. Eppure in molti ospedali periferici i reparti maternità e di oncologia sono stati chiusi. Nel frattempo il report dell’Iss sottolinea come nell’ultima settimana, dalla comparsa dei primi sintomi alla diagnosi, siano passati in media ben 9 giorni

Di Tiziano Grottolo - 20 December 2020 - 05:01

TRENTO. Nella settimana che va dal 7 al 13 dicembre in Trentino, mediamente, sono trascorsi 9 giorni dalla comparsa dei sintomi fino alla diagnosi di positività. A certificarlo il report del Monitoraggio settimanale stilato dall’Istituto superiore di sanità in collaborazione con il Ministero della Salute che ha inserito il cosiddetto parametro 2.2 “Tempo tra data inizio sintomi e data di diagnosi” fra le allerte della Provincia di Trento. In sostanza dalla comparsa dei primi sintomi fino al momento della conferma della positività trascorrono ben 9 giorni, un tempo notevole che ha destato la preoccupazione delle autorità sanitarie nazionali che hanno attenzionato il Trentino. Un dato, quello rilevato nella seconda settimana di dicembre, per certi versi anomalo visto che fino a quel momento il Trentino aveva fatto registrare ottimi risultati, con una media che al 7 dicembre si attestava ad appena 3 giorni.

 

Forse una possibile spiegazione si collega con quanto evidenziato dall’ex rettore dell’Università di Trento Davide Bassi che ha notato come nelle ultime settimane, in Trentino, si sia ridotto il gap esistente tra il numero di contagi rilevati solo con il tampone molecolare (i dati comunicati dalla protezione civile nazionale) e il numero dei contagi reali (che considera anche gli antigenici). “In pratica – concludeva Bassi – durante la prima settimana di dicembre i contagi verificati con il tampone molecolare erano circa la metà dei quelli reali. Nel corso dell’ultima settimana il rapporto tra molecolari e reali è salito al 70%”. Quindi il ritardo accumulato nell’ultima settimana potrebbe essere legato a questo fattore. Tutto ciò, se confermato, dimostrerebbe a sua volta i limiti e le criticità trentine (QUI articolo).

 


 

Un’altra curiosità riguarda l’indicatore 2.3 “Tempo tra data inizio sintomi e data di isolamento”, un valore facoltativo ma da novembre il Trentino non è mai riuscito a comunicare a Roma questo dato, tanto che negli ultimi sette monitoraggi la casella riporta un laconico “Non calcolabile”. Ad ogni modo la Provincia di Trento mostra un’incidenza (calcolata su 14 giorni) di 547.04 casi ogni 100mila abitanti, con 1406 casi segnalati nell’ultima settimana. dati che pongono il Trentino in una classificazione di rischio moderata ma “ad alto rischio di progressione”.

 


 

Nel frattempo i sindacati, l’ordine dei medici e i dati contenuti nello stesso report settimanale parlano di un sistema sanitario provinciale che rischia il collasso. Il presidente della Pat Maurizio Fugatti smentisce: “Il sistema sanitario non è al collasso perché sta garantendo il servizio sanitario a tutti i trentini”, ammettendo però che se con collasso ci si riferisce a una difficoltà, allora sì, questo è vero. “Ma se vuol dire – ribadisce Fugatti – che non possiamo dare un servizio non è vero”. Alle parole del presidente della Pat fanno eco quelle del direttore del Dipartimento prevenzione dell’Apss Antonio Ferro: “I parametri che riguardano la parte ospedaliera e di sanità pubblica sono molto solidi e sono questi che ci hanno permesso di rimanere gialli per tutto il periodo, perché tutti i parametri di contact tracing e il flusso di dati sono sempre stati molto coerenti e rapidi e il Ministero aveva la nostra situazione in vista e analizzabile”. Eppure i focolai nelle Rsa, e in oncologia a Trento, uniti ai ricoveri (ben oltre le soglie d’allerta) nei reparti ospedalieri e in terapia intensiva che hanno portato alla chiusura di molti reparti negli ospedali periferici (articoli QUI e QUI), non offrono buone prospettive.

 

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