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Ambiente | 11 luglio 2025 | 17:00

“L’abbandono delle aree terrazzate può portare al crollo di interi versanti”: i muri a secco hanno bisogno di cura

"Come mai - con tutto il flusso di denaro che si riversa nel Parco Nazionale delle Cinque Terre - si aspetta ad intervenire a 'frittata fatta' e non con un programma sistematico di manutenzione con un accordo permanente tra Comuni e Parco?". Il professor Gerardo Brancucci, dell’Università di Genova, commenta il ripristino dei terrazzamenti di Monesteroli, offrendo un quadro più ampio sulla questione del diffuso dissesto derivante dall’abbandono dei versanti terrazzati italiani

Questo articolo si rispecchia nei nove punti del Manifesto,
di cui il Comitato scientifico dell’AltraMontagna è garante.
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Il 20 giugno scorso, il Parco delle Cinque Terre - insieme al Comune di La Spezia e all’Associazione “Per Tramonti” - ha sottoscritto un accordo quinquennale volto al recupero dei versanti franosi di Monesteroli. Il sito, porta orientale delle Cinque Terre, viene riconosciuto e valorizzato per i suoi caratteristici muri a secco, i suoi vigneti su pendenze estreme e i sentieri che la collegano alla costa. Un patrimonio messo a repentaglio dall’abbandono, e dal dissesto idrogeologico che questo comporta. L’accordo - si legge sul sito del Parco - prevede un articolato piano di consolidamento e ripristino degli antichi terrazzamenti, attraverso tecniche sostenibili che uniscono l’innovazione ai saperi costruttivi tradizionali.

 

"La notizia recentemente diffusa dall’Ansa relativa al recupero dei terrazzamenti di Monesteroli è stata sottolineata con particolare enfasi in virtù della notorietà del sito collocato all’interno del Parco Nazionale delle Cinqueterre. Tuttavia, la problematica del diffuso dissesto derivante dall’abbandono dei versanti terrazzati liguri (e non solo) meriterebbe una maggiore attenzione sia da parte degli organi di stampa, ma anche, soprattutto, da chi è preposto al governo dei territori interessati dai terrazzamenti. Questi sono una delle più grandi antropizzazioni dell’assetto naturale operata dall’uomo; tali strutture, senza il presidio dell’uomo che le ha costruite, sono destinate inevitabilmente alla distruzione”. A commentare le notizia per noi è Gerardo Brancucci, professore di Geomorfologia all’Università di Genova

 

Ma partiamo dall’inizio, cosa si intende quando si parla di muri a secco e terrazzamenti?

 

"Sono strutture antropiche costruite nel tempo al fine di ottenere appezzamenti di terra coltivabile in zone a forte pendenza. La loro capillare diffusione, in aree come quelle liguri e non solo, è identificativa a un punto tale da caratterizzare il territorio, basti pensare alle Cinque Terre, alla Costiera Amalfitana alla Valle d’Aosta o alla Valtellina. Tali strutture hanno avuto ed hanno un feedback positivo, in termini di contenimento dell’erosione e dei fenomeni di dissesto, a condizione che ci sia un presidio da parte dell’uomo, ossia che sia costante e continua la loro manutenzione, fatta di ripristino dei muri a secco, dalla pulizia delle canalette di gestione delle acque correnti e via dicendo", evidenzia Brancucci, che spiega come nel tempo questo fondamentale presidio sia venuto a mancare "per motivazioni principalmente economico/sociali, con il crescere dell’industrializzazione che ha provocato il trasferimento della forza lavoro dalle campagne verso le industrie a partire dalla fine del primo conflitto mondiale e intensificarsi dopo la fine della seconda guerra mondiale quando in Italia si è scelta la via dell’industrializzazione. Le popolazioni hanno scelto il lavoro in fabbrica che, per quanto duro, garantiva un reddito e condizioni di vita proporzionalmente migliori di quelle legate alla produzione agricola in zone a morfologia severa".

 

L’abbandono di questi sistemi di gestione, insomma, è l’esito di processi storici: "Quei pochi che oggi ancora resistono non a caso sono definiti ‘contadini eroici’. Sono coloro che, in un mondo produttivo quantitativo, hanno la sola carta della qualità per sopravvivere", sottolinea il professore.

 

E che cosa succede ai terrazzamenti abbandonati?

 

"L’abbandono delle aree agricole in forte pendenza costituisce un problema di ordine idrogeologico piuttosto grave e generalmente sottovalutato dalle Amministrazioni - rileva Brancucci -. La questione del recupero dei terrazzamenti è una questione sociale poiché il loro abbandono non è stato determinato dall’aumento del costo della mano d’opera ma da forme di lavoro più convenienti rispetto all’alea dell’agricoltura quali ad esempio, per il caso della Liguria, impieghi nel settore navale e impieghi nell’industria pesante che, a parità di fatica garantivano proventi sicuri. I terrazzamenti abbandonati costituiscono un oggettivo fattore predisponente per il rischio idrogeologico; il loro degrado infatti determina frane ed aumento di trasporto solido ad opera dei corsi d’acqua che si riversano rovinosamente a valle. Bisognerebbe procedere, come a suo tempo suggerito in occasione del progetto europeo Alpter, a un censimento puntuale, all’individuazione zone vocate all’agricoltura e all’incentivazione della stessa favorendo chi volesse lì investire, l’accesso in comodato ai terreni incolti. Nelle zone non vocate interventi di salvaguardia dei versanti da parte degli enti preposti investendo in servizi ecosistemici".

 

Come ogni sistema di coltivazione, il terrazzamento restituisce una serie di servizi ecosistemici all’ambiente e all’uomo, ma necessita contemporaneamente di rigorose cure e manutenzioni. In assenza di queste, i rischi possono essere catastrofici.

 

"I terrazzamenti come tutte le opere antropiche necessitano di manutenzione, in mancanza della quale è inesorabile il degrado ad opera degli agenti esogeni, responsabili dell’evoluzione della superficie terrestre. La tecnica costruttiva dei terrazzamenti prevede la costruzione di un muro a secco ed il riempimento alle sue spalle con terreno di riporto; il muro a secco ha diverse proprietà: contiene, drena, accumula calore che restituisce durante le ore notturne, eccetera. Un vero e proprio sistema di coltivazione. Raramente meccanizzabile, la coltivazione sui terrazzamenti è fatica. Se la struttura viene abbandonata inesorabilmente degrada. Il muro si deforma fino a crollare e il materiale alle sue spalle accumulato viene trasportato verso valle dalle acque meteoriche, trasportato lungo il reticolo idrografico che spesso si sovra alluvionano riducendo, tanto per fare un esempio, le luci sotto i ponti; non solo: il crollo dei contenimenti provoca frane spesso interessanti interi versanti - spiega Brancucci -. In estrema sintesi l’abbandono dei terrazzamenti diventa a tutti gli effetti una componente del dissesto idrogeologico. Questa situazione dura da tempo e il sistema è praticamente molto vicino al collasso: valga come esempio, oltre a Monesteroli, l’alluvione che ha interessato le Cinque Terre, il 25 ottobre 2011".

 

Quali potrebbero essere dunque le prossime azioni da mettere in atto?

 

"Una risposta esaustiva richiederebbe un apposito trattato, ma certamente utili sarebbero il censimento e la valutazione delle condizioni strutturali degli elementi in essere, un’analisi dell’attitudine al recupero funzionale agricolo o comunque ambientale, e il ricorso a tecniche di recupero che azzerino la necessità di manutenzione (es. gabbionate, terre armate, ecc.), soprattutto in quelle zone di basso interesse storico/culturale, dove si deve agire invece con metodologie tradizionali. Progetti in tale ottica, più volte presentati nelle dovute sedi sono sempre stati eccepiti dal punto di vista economico non considerando, nel rapporto costi/benefici, né la ricaduta sociale del contenimento del dissesto idrogeologico né il valore in termini di servizi ecosistemici di tale operazione", afferma il professore.

 

"Si vuole evidenziare come il recupero delle aree terrazzate potrebbe costituire, nel caso ligure, un riequilibrio costa/entroterra (e qui si parla specificatamente della Liguria ma la considerazione è generalizzabile) premessa indispensabile per l’alleggerimento della pressione antropica sulle aree costiere, un ritorno al presidio montano (e mitigazione del dissesto), valorizzazioni dei borghi dell’entroterra e relativo aumento delle opportunità di lavoro non solo in agricoltura, ma anche con l’incremento dell’offerta turistica".

 

Brancucci conclude sollevando un interrogativo: "Infine consentitemi una domanda un po’ polemica: come mai con tutto il flusso di denaro che si riversa nel Parco Nazionale delle Cinqueterre si aspetta ad intervenire a “frittata fatta” e non con un programma sistematico di manutenzione con un accordo permanente tra Comuni e Parco, in un luogo dove la pressione antropico/turistica è molto significativa?"

 

Torneremo presto sull'argomento dei versanti terrazzati con un'intervista a Donatella Murtas, architetta specializzata in paesaggi terrazzati e direttrice di Itla Italia (International Terraced Landscapes Alliance).

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