È il primo bosco "vetusto" d'Italia: ma cosa si intende? Alla scoperta dell'Abetina di Rosello e di un progetto di conservazione destinato ad estendersi a tutto il Paese

Il Ministero dell'agricoltura, della sovranità alimentare e delle foreste e la Regione Abruzzo hanno annunciato la firma del decreto che ha inserito l'Abetina di Rosello (190 ettari in provincia di Chieti) nella "Rete Nazionale dei Boschi vetusti d’Italia". Su tutto il territorio nazionale si stanno completando i censimenti che porteranno, nei prossimi mesi, a tanti nuovi ingressi in questa Rete

di cui il Comitato scientifico dell’AltraMontagna è garante.
L’Abetina di Rosello, estesa su circa 190 ettari in provincia di Chieti, al confine con quella di Isernia, è il primo "Bosco vetusto" d’Italia.
A sancirlo è stato un decreto ministeriale emanato a fine febbraio dal Masaf - Ministero dell'agricoltura, della sovranità alimentare e delle foreste, attraverso il quale l’area forestale abruzzese è stata inserita nella "Rete Nazionale dei Boschi vetusti d’Italia" con il numero 1.
"Il primato dell’Abetina di Rosello assume un valore ancora più significativo se si considera che l’Italia è la prima nazione europea ad aver emanato una normativa specifica in materia di Boschi vetusti, ecosistemi forestali con alti livelli di biodiversità, e ad averne avviato un censimento sistematico", ha dichiarato la Regione Abruzzo in un comunicato.
Il bosco di Rosello, posto all'interno di una Riserva naturale regionale dove agli abeti bianchi si alternano faggi, aceri, frassini, cerri, tigli, agrifogli e i tassi, è stato candidato dalla Regione Abruzzo fin dall’inizio del processo che ha portato all’istituzione della Rete Nazionale dei Boschi vetusti. Quest’area forestale, infatti, risponde in pieno ai criteri che il Ministero, attraverso un gruppo di lavoro dedicato, ha definito per l’individuazione dei Boschi vetusti su tutto il territorio nazionale. Gli ultimi disturbi antropici sono risalenti alla seconda metà dell’800 e questo ha fatto sì che il bosco si sia potuto evolvere naturalmente in circa un secolo e mezzo, assumendo oggi quelle peculiari caratteristiche strutturali e compositive idonee alla sua iscrizione nella Rete nazionale.

"Oggi per me è stato un giorno professionalmente importante", ha dichiarato sui suoi canali social Alessandro Cerofolini, Dirigente competente della Direzione Foreste del Masaf, al momento della firma del decreto. "Nei prossimi mesi", ha continuato Cerofolini, "a questo seguiranno altri circa 110 decreti istitutivi di altrettanti Boschi vetusti che, insieme ai Servizi forestali regionali, abbiamo scovato in giro per l'Italia".
Su L’Altramontagna avevamo trattato questo tema in un articolo di un anno fa, in cui era spiegato in modo approfondito cosa si intende per "Bosco vetusto" e quale sia l'utilità della Rete nazionale.
Riprendendo la definizione di legge, si tratta di: "Aree forestali, estese almeno 10 ettari, in cui, grazie all'assenza di disturbo antropico persistente da oltre 60 anni, sono presenti tutti gli stadi evolutivi del bosco: dalla fase di rinnovazione (e quindi presenza di piantine forestali e alberi giovani) alla senescenza (e quindi presenza di alberi maturi, alberi morti in piedi e alberi caduti a terra), con esemplari di notevoli dimensioni ed età, appartenenti a più specie arboree e arbustive autoctone".
In pratica, boschi con caratteristiche simili a quelle delle foreste primarie, quasi scomparse in tutta Europa (oggi presenti solo sul 3% della superficie forestale europea), che l’Italia ha scelto di individuare e di tutelare in modo rigoroso attraverso il Testo Unico in materia di Foreste e Filiere Forestali del 2018. L’obiettivo è innanzitutto la conservazione della biodiversità all’interno di aree forestali così rare e preziose, ma anche lo studio delle dinamiche naturali (utili anche al miglioramento delle pratiche di selvicolturali) e lo sviluppo di attività culturali e di educazione ambientale.
In tutte le Regioni e le Province Autonome d’Italia, ormai da diversi mesi, è in atto una ricognizione del territorio da parte dei Servizi forestali e di esperti di Università, Parchi e aree protette, volta a mappare questi boschi per poi inserirli nel Registro Nazionale. In Toscana, ad esempio, come si evince da un interessante articolo di Giammarco Dadà pubblicato su Sherwood, sono stati individuati al momento 10 Boschi vetusti, su una superficie complessiva di circa 1.160 ettari.

Va ricordato che la tutela dei Boschi vetusti di inserisce nel solco della Strategia europea per la biodiversità, che mira garantire la protezione di almeno il 30% della superficie terrestre e marina dell’Unione Europea, di cui un terzo (10% della superfice complessiva) in modo rigoroso, escludendo quindi ogni intervento antropico. I Boschi vetusti si sommano alle Riserve integrali già presenti in molti Parchi nazionali e regionali per portare l’Italia ad avvicinarsi sempre più a questo ambizioso traguardo europeo.
Allargando lo sguardo anche al resto del territorio, si tratterà di "isole", più o meno grandi, all’interno di un "mare" in cui si potranno continuare le normali pratiche forestali previste da leggi e regolamenti. Isole, però, che non dovranno rimanere isolate, ma essere tra loro interconnesse, anche attraverso la rete di aree protette già presenti in Italia che oggi occupa circa il 32% della superficie forestale.
L’iscrizione dell’Abetina di Rosello alla Rete Nazionale dei Boschi vetusti d’Italia dà il via a una nuova sfida per il bilanciamento di due grandi necessità che non di rado generano conflitti: la conservazione della biodiversità e la generazione di beni e servizi derivanti dalla gestione forestale sostenibile. Azioni entrambe irrinunciabili, che ci obbligano perciò a una visione complessa, grandangolare, a scala di paesaggio, che sappia farci valutare in modo armonico i nostri paesaggi forestali, dove le aree a vario grado di tutela e quelle in cui è prevista una gestione produttiva e multifunzionale dovranno necessariamente convivere. Una sfida non solo tecnica, quindi, ma anche culturale.













