Morì congelato, giocando a carte su una cengia mentre nevicava. Sul volto un sottile sorriso, ai piedi gli stivali. Con la storia del tenente Angustina, Dino Buzzati offre uno dei capitoli più alti della letteratura di montagna

Nello straordinario capitolo 15 de Il deserto dei Tartari; nel dramma di Angustina e, soprattutto, nell’invidia del capitano Monti, troviamo non solo quella che forse è la chiave di lettura del libro, ma anche una condizione psicologica che trova ampia diffusione nelle ritmiche seriali e spesso inalterate della società contemporanea

Nell'animo del capitano Monti, per quanto lui fosse al riparo tra le rocce mentre - ormai era chiaro - il tenente Angustina andava morendo congegnandosi, "nacque un invidioso stupore". È in questa sorta di paradosso sentimentale che emerge la sottile abilità di Dino Buzzati nel comprendere e restituire, attraverso la scrittura, le dinamiche più complesse dell’animo umano.
Nello straordinario capitolo 15 de Il deserto dei Tartari; nel dramma di Angustina e, soprattutto, nell’invidia del capitano Monti, troviamo – come evidenziava Samuele Doria in un precedente articolo pubblicato su L’Altramontagna – non solo quella che forse è la chiave di lettura del libro, ma anche una condizione psicologica che trova ampia diffusione nelle ritmiche seriali e spesso inalterate della società contemporanea.
"Angustina parte con il capitano Monti verso il Nord", scriveva Doria, "è una spedizione per segnare il confine in un tratto di frontiera rimasto scoperto, una corsa alla vetta per piantare la bandiera prima dei popoli del Nord. In quelle ore, il fragile Angustina conquista ciò che Monti e gli altri ufficiali non riusciranno mai ad avere: una morte eroica, ancora avvolta nell’eleganza della giovinezza".
Spesso si scorge nella dinamicità del dramma un contraltare attraente al carattere statico della nostra vita. Una bizzarria psicologica; una tentazione del pensiero che, fortunatamente, sbiadisce rapida in una ritrovata razionalità.
La morte del tenente Angustina - capitolo 15 Il deserto dei Tartari

(...) Fu interrotto da un grido arrogante che veniva dall’alto: sul ciglio superiore della breve parte si affacciarono due teste umane sorridenti. "Buonasera, signori" gridò uno, forse un ufficiale.
"Guardate che di qui non passate, bisogna venir su dalla cresta!"
Le due facce si ritirarono e si udirono soltanto confuse voci di uomini confabulanti.
Il Monti era livido per la rabbia. Non c’era dunque più niente da fare. Quelli del nord avevano ormai occupato anche la cima. Il capitano sedette sopra un macigno della cengia, senza badare ai suoi soldati che continuavano ad arrivare dal basso.
Proprio in quel momento cominciò a nevicare, una neve fitta e pesante, come di pieno inverno. In pochi istanti, quasi incredibile, le ghiaie della cengia divennero bianche e la luce venne
improvvisamente a mancare. Era piombata la notte a cui nessuno fino allora aveva seriamente pensato.
(...)
"Signor capitano" disse Angustina con voce stanca.
"Che cosa c’è adesso?"
"Signor capitano, che cosa ne direbbe di una partitina?"
"Al diavolo la partitina!" rispose il Monti che capiva benissimo come per quella notte non si potesse più scendere.
Senza dir motto Angustina trasse dalla busta del capitano, affidata a un soldato, il mazzo delle carte. Stese su un sasso un lembo della propria mantella, ci mise di fianco la lanterna, cominciò a mescolare.
"Signor capitano" ripeté. "Mi dia ascolto, anche se non ne ha voglia."
Il Monti capì allora che cosa intendesse dire il tenente: di fronte a quelli del nord, che probabilmente stavano beffeggiandoli, non rimaneva altro da fare. E mentre i soldati si rincantucciavano alla base della parete, sfruttando ogni rientranza, o si mettevano a mangiare fra scherzi e risa, i due ufficiali, sotto la neve, cominciarono una partita alle carte. Sopra di loro le rocce a picco, sotto il precipizio nero.
"Cappotto, cappotto!" si udì gridare dall’alto, in tono scherzoso.
(...)
Né il capitano né Angustina risposero. Essi continuarono a giocare senza neanche un cenno di risposta, ostentando grande concentrazione.
Il riflesso della lanterna disparve dalla cima; evidentemente quelli del nord stavano andandosene. Le carte, sotto la neve fitta, si erano fatte fradice e non si riusciva a mescolarle che a stento.
"Basta adesso" fece il capitano gettando sul mantello le proprie.
"Basta con questa commedia!"
Si ritrasse sotto le rocce, si avvolse con cura nella mantella.
"Toni!" chiamò "portami la mia busta e trovami un po’ d’acqua da bere."
"Ci vedono ancora" disse Angustina. "Ci vedono ancora dalla cresta!"
Ma siccome capiva che il Monti ne aveva abbastanza, continuò da solo, simulando che la partita continuasse.
(...)
"Lei è molto più bravo di me, signor capitano" insisteva Angustina nella finzione, mancandogli sempre più la voce. "Ma stasera non è proprio in vena. Perché continua a guardare in su? Perché guarda alla cima? È forse un poco nervoso?" Allora, sotto il formicolare della neve, le ultime fradice carte sfuggirono dalla mano del tenente Angustina, la mano stessa ricadde priva di vita, rimase inerte lungo il mantello alla luce tremula della lanterna.
La schiena appoggiata a un sasso, il tenente si abbandonò con moto lento all’indietro, una sonnolenza strana lo stava invadendo.
(...)
"Tenente, venga qua a mangiare un boccone, con questo freddo bisogna mangiare, si faccia forza, anche se non ne ha voglia!" Così gridava il capitano e un’ombra di apprensione vibrava nella sua voce. "Venga qua sotto, che la neve sta per finire."
Era infatti così: quasi di colpo le bianche falde si erano fatte meno fitte e pesanti, l’atmosfera più limpida, si potevano già scorgere, ai riflessi delle lanterne, rocce distanti anche parecchie decine di metri.
(...)
Dal riparo, il capitano Monti lo fissava stupefatto, si domandava che cosa Angustina stesse facendo, dove mai gli fosse capitato di vedere un’altra figura molto simile, senza però riuscire a ricordarla.
C’era, in una sala della Fortezza, un vecchio quadro rappresentante la fine del Principe Sebastiano. Mortalmente ferito, il Principe Sebastiano giaceva nel cuore della foresta, appoggiando la schiena a un tronco, la testa un po’ abbandonata da una parte, il mantello ricadente con armoniose pieghe; nulla c’era nella immagine della sgradevole crudeltà fisica della morte; e guardandolo non ci si stupiva che il pittore gli avesse consegnata tutta la nobiltà ed estrema eleganza.
Ora Angustina, oh non ch’egli ci pensasse, andava assomigliando al Principe Sebastiano ferito nel cuore della foresta; Angustina non aveva come lui la lucente corazza, né ai suoi piedi giaceva l’elmo sanguinolento, né la spada spezzata; non appoggiava la schiena a un tronco bensì a un duro macigno; non l’ultimo raggio del sole lo illuminava in fronte ma soltanto una fioca lanterna. Eppure gli assomigliava moltissimo, identica la posizione delle membra, identico il drappeggio della mantella, identica quell’espressione di stanchezza definitiva.
Allora, al paragone di Angustina pur essendo ben più vigorosi e spavaldi, il capitano, il sergente e tutti gli altri soldati sembrarono l’un l’altro rozzi bifolchi. E nell’animo del Monti, per quanto fosse quasi inverosimile, nacque un invidioso stupore.
Cessata la neve, il vento mandava lamenti fra le rupi, molinava un polverio di ghiaccioli, faceva oscillare le fiammelle fra i vetri delle lanterne. Angustina pareva non lo sentisse, se ne stava immobile, appoggiato al pietrone, gli occhi fissi ai lumi lontani della Fortezza.
"Tenente!" provò ancora il capitano Monti. "Tenente! si decida! Venga qua sotto, se rimane lì non può resistere, finirà congelato. Venga qua sotto che Toni ha costruito una specie di muretto."
"Grazie, capitano" disse con fatica Angustina e riuscendogli troppo difficile parlare, alzò lievemente una mano, facendo un segno, come a dire che non importava, che erano tutte sciocchezze senza il minimo peso. (...)
Come il vento ebbe una pausa, Angustina rialzò di qualche centimetro il capo, mosse adagio la bocca per parlare, gli uscirono soltanto queste due parole: "Bisognerebbe domani..." e dopo più nulla. Due parole soltanto e così fioche che neppure il capitano Monti si accorse che lui aveva parlato.
Due parole e la testa di Angustina si ripiegò in avanti abbandonata a se stessa. Una delle sue mani giacque bianca e rigida entro la piega del mantello, la bocca riuscì a chiudersi, di nuovo sulle labbra andò formandosi un sottile sorriso.
(...)
"Che cosa volevi dire, Angustina? Che cosa domani?" Il capitano Monti, uscito finalmente dal suo riparo, scuote con forza per le spalle il tenente per fargli riprendere vita; ma non riesce che a scomporre le nobili pieghe del militaresco sudario, ed è un peccato. Nessuno dei soldati si è ancora accorto di quanto è successo.
Imprecando il Monti, gli risponde solo, dal precipizio nero, la voce del vento. "Che cosa volevi dire, Angustina? Te ne sei andato senza terminare la frase; forse era una cosa stupida e qualunque, forse un’assurda speranza, forse anche niente."

Nella convinzione che l'esperienza di un territorio possa acquisire una misura consapevole non solo attraverso la frequentazione, ma anche grazie alla lettura, con la nuova rubrica, La montagna nei libri, ogni settimana pubblicheremo (a volte commentandoli) passaggi, citazioni, riflessioni custodite in libri capaci offrire uno sguardo più attento sui rilievi. D'altronde, per dirla con Johann Wolfgang Goethe, "L'occhio vede ciò che la mente conosce".














