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Idee | 09 marzo 2026 | 12:15

Oggi la vera libertà non è abitare in un bosco al di fuori di ogni regola: il caso della famiglia, tra frasi fatte e semplificazioni, per cercare like, voti e facili consensi

Che beneficio collettivo ha, in termini concreti, affermare "la famiglia faceva bene a non mandare a scuola i bambini: i bambini devono andare a scuola il più tardi possibile perché la cosa peggiore che possono fare è diventare adulti"? Il tipo di comunicazione che ha preso slancio da questa vicenda si fa emblema di un'attitudine ormai sistemica

Questo articolo si rispecchia nei nove punti del Manifesto,
di cui il Comitato scientifico dell’AltraMontagna è garante.
Festival AltraMontagna

Oltre ai diversi politici, il potenziale emotivo del caso della "famiglia del bosco" (di cui su L'Altramontagna hanno parlato con cura Luigi Torreggiani e Mauro Varotto) è stato fiutato anche da uno sciame di microinfluencer, all'interno del quale ronzano addirittura le parole di qualche scrittore.

 

Persone intelligenti, abili nel loro mestiere, senza dubbio capaci di intuire la complessità e la delicatezza del caso: eppure, forse furbescamente (considerato che di questi tempi più è complessa una dinamica e meno è istantaneo il riconoscimento social/sociale), hanno scelto la via della semplificazione, facendo ciò che più è scorretto (quando non si parla di appartenenza calcistica): si sono schierati; hanno iniziato a tifare.

 

Mi è capitato ad esempio di imbattermi in un reel dello scrittore Francesco Vidotto. Cito alcuni passaggi:

 

"Neanche fosse una famiglia di terroristi, anziché mettere dentro quelli che non puoi uscire di sera a Milano che ti stuprano e dopo son fuori. E tutti 'sti giudici che, anziché dedicarsi a queste cose, perdono tempo con i bambini che volevano stare con la famiglia"; "questo giudice, anziché prendere tante lauree e fare tanti concorsi statali, bastava che chiedesse ai bambini 'cosa volete?', perché i bambini sanno quali sono le cose giuste"; "la famiglia faceva bene a non mandare a scuola i bambini: i bambini devono andare a scuola il più tardi possibile perché la cosa peggiore che possono fare è diventare adulti""la libertà spaventa"; ... e così via.

 

Frasi ad effetto, in prima battuta di grande efficacia perché generalizzano e spostano la discussione su un altro piano ("e allora gli stupratori di Milano??!"). Tuttavia non entrano mai nel merito della vicenda, non scavano oltre l'epidermide del fatto di cronaca, non citano le motivazioni. Si limitano a fotografare un determinato fatto estromettendo dal discorso il processo che ha dato forma a quel fatto.

 

Quella della "famiglia del bosco" è una storia tragica, perché tragico è ogni episodio che rischia - per un motivo o per l'altro - di avere delle ripercussioni sui bambini. E non credo sia questa la sede per commentare le scelte di vita dei genitori o quelle del tribunale per i minorenni (comunque penso e spero ben ponderate, se consideriamo il riverbero mediatico nazionale che ha acquisito la vicenda).

 

Ma vorrei riflettere sul tipo di comunicazione che ha preso slancio da questa vicenda, perché si fa emblema di un'attitudine ormai sistemica. Mi chiedo: ma non ci siamo stancati di sguazzare nella semplificazione? Di abboccare a frasi fatte, che puntano ai like, alle visualizzazioni o ai voti più che a un effettivo miglioramento socio-culturale? Che beneficio collettivo ha, in termini concreti, affermare che "i bambini devono andare a scuola il più tardi possibile perché la cosa peggiore che possono fare e diventare adulti"?

 

La vera libertà, al giorno d'oggi, non credo sia vivere in un bosco al di fuori di ogni regola (anche perché se fosse così bello e bucolico saremmo già tutti con le fronde sopra la testa no?), ma avere gli strumenti per interpretare i fatti di cronaca, per bucare l'epidermide e scendere in profondità, per capire una decisione ed eventualmente per contestarla a partire da dati o argomentazioni solide.

 

Ma considerando che non sempre abbiamo la possibilità di approfondire con minuzia, possiamo avvalerci di un'altra grande libertà: quando non siamo preparati, possiamo stare in silenzio e ascoltare chi parla con cognizione.

 

La libertà, cantava in effetti il grande Giorgio Gaber, "non è star sopra un albero..."

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