Parlare di abolire lo sci ed eliminare gli impianti è una logica pericolosa, ma è altrettanto sbagliato riproporre un modello turistico inalterato mentre il mondo cambia

Il nodo è di natura politica: quando l'investimento risulta sbilanciato, quando pende tutto da un lato, quando mira ad ampliare ulteriormente un patrimonio sciistico già molto ricco, allora è difficile disegnare i contorni a un percorso alternativo. Quando non si investe nella ricerca, nel capitale umano, per immaginare un futuro a misura di clima, allora il rischio è quello di impaludarsi in politiche territoriali superate

di cui il Comitato scientifico dell’AltraMontagna è garante.
Leggete con attenzione le righe che seguono, molto chiare per comprendere l’attuale rapporto tra turismo invernale e neve:
"Nelle Alpi, la copertura nevosa si è ridotta del 5-6% ogni decennio negli ultimi cinquant’anni, e metà delle località sciistiche europee rischierebbe di restare a secco senza cannoni e bacini artificiali. Eppure, mentre la base fisica dello sci si assottiglia, nella gran parte dei casi il 90% dei fondi pubblici destinati al turismo montano continua a sostenere il ‘sistema neve’, lasciando alla riconversione e alla destagionalizzazione solo briciole di risorse".
Ecco. In poche parole, il dettagliato report Nevediversa2026 di Legambiente permette di sviluppare una riflessione sugli assetti economici che hanno sorretto e che ancora stanno sorreggendo numerose località montane.
Lo sci è innegabilmente il perno economico di tante realtà montane, nonostante le progressive difficoltà provocate dall’aumento delle temperature. Chi sostiene che andrebbe immediatamente abolito e gli impianti rimossi (per fortuna non sono in molti ad avanzare questa tesi) sbaglia o comunque diffonde una logica pericolosa per i territori: eliminare lo sci, di punto in bianco, nelle località che negli anni si sono strutturate attorno allo sci, equivale a generare disturbi sociali non indifferenti, come disoccupazione e spopolamento.
Eppure, uno scatto in avanti va fatto poiché i nuovi scenari aperti dai cambiamenti climatici impongono di immaginare una montagna meno dipendente dalla neve. Ignorando questo accorgimento, il risultato a lungo termine rischia di combaciare con l’eliminazione immediata dello sci: disoccupazione e spopolamento. Sì perché, alimentando una forma di dipendenza economica con un settore dal futuro incerto (è sufficiente pensare, come riporta sempre Nevediversa, che gli impianti dismessi in Italia sono 273 e quelli chiusi temporaneamente 106) si rischia di trascinare intere vallate in una condizione lavorativa precaria.
Oggi però stiamo ancora vivendo una fase di transizione e abbiamo quindi una grande opportunità: immaginare sistemi economico-turistici alternativi prima che la situazione, per lo sci, rischi ulteriormente di inasprirsi.
Ma come fare? Come individuare soluzioni non dico altrettanto remunerative, ma perlomeno dotate di un minimo di efficacia?
Incontriamo una possibile risposta interessante nel passaggio di Nevediversa riportato in apertura di articolo: "Nella gran parte dei casi il 90% dei fondi pubblici destinati al turismo montano continua a sostenere il ‘sistema neve’, lasciando alla riconversione e alla destagionalizzazione solo briciole di risorse".
Il nodo è quindi di natura politica: quando l’investimento risulta sbilanciato, quando pende tutto da un lato, quando mira ad ampliare ulteriormente un patrimonio sciistico già molto ricco, allora è difficile disegnare i contorni a un percorso alternativo.
Quando non si investe nella ricerca, nel capitale umano, per immaginare un futuro a misura di clima, allora il rischio è quello di impaludarsi in politiche territoriali superate; efficaci, sicuramente, ma in un contesto climatico, ahinoi, dal profilo sempre meno nitido.












