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Ambiente | 17 marzo 2026 | 12:00

"È stato un po' come cercare un ago in un pagliaio, ma alla fine li abbiamo trovati". Individuati due 'boschi vetusti' nelle Marche, faggete molto singolari

A seguito di una lunga e approfondita indagine, due faggete marchigiane sono arrivate a soddisfare pienamente i quattro requisiti previsti dalla normativa nazionale: una nel comune di Cantiano (PU), e una in località Spina di Gualdo, nel comune di Castelsantangelo sul Nera (MC). Ne parliamo con Carlo Urbinati, coordinatore della ricerca sull’intero territorio regionale

Questo articolo si rispecchia nei nove punti del Manifesto,
di cui il Comitato scientifico dell’AltraMontagna è garante.
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Poche settimane fa abbiamo presentato sulle pagine de L’Altramontagna il primo "Bosco vetusto" d’Italia: l’abetina di Rosello, in Abruzzo, la cui iscrizione ha avviato il Registro nazionale curato dal Ministero dell’Agricoltura, della Sovranità alimentare e delle Foreste (Masaf). Nell’articolo spiegavamo come tutte le Regioni, in questi mesi, stiano completando ricognizioni e monitoraggi per individuare questa particolare tipologia di boschi sul proprio territorio. Pochi giorni dopo, le Marche hanno annunciato un convegno per presentare quelli individuati in regione, grazie alla collaborazione con L’Università Politecnica delle Marche, in particolare del gruppo afferente all’area "Sistemi Forestali" e del ForEcoLab.

 

Prima di presentare questi risultati, occorre ribadire cosa significa "Bosco vetusto". Secondo Il Testo Unico in Materia di Foreste e Filiere Forestali e il relativo decreto attuativo sul tema, si tratta di aree forestali estese almeno 10 ettari (2 ettari in casi particolari) in cui, grazie all'assenza di disturbo antropico persistente da oltre 60 anni, sono presenti tutti gli stadi evolutivi del bosco: dalla fase di rinnovazione (e quindi presenza di piantine forestali e alberi giovani) alla senescenza (e quindi presenza di alberi maturi, alberi morti in piedi e alberi caduti a terra), con esemplari di notevoli dimensioni ed età, appartenenti a più specie arboree e arbustive autoctone. Questi boschi devono inoltre conservare una "biodiversità tipica dei sistemi forestali maturi". Essendo poco presenti in Italia a causa della passata gestione, il nostro Paese (primo in Europa) ha deciso di tutelarli attraverso uno specifico Registro nazionale.  


Macchia di rinnovazione nel Bosco vetusto di Tecchie

Il titolo del convegno di presentazione dei boschi vetusti delle Marche (che si terrà ad Ancona il 20 marzo) è curioso, perché parla di "una presenza inaspettata". Abbiamo contattato Carlo Urbinati, Professore ordinario di Selvicoltura all’Università Politecnica delle Marche e coordinatore di questa indagine, per approfondirla meglio.

 

"La presenza di Boschi vetusti, in cui coesistano tutte le quattro condizioni ecologiche poste dai criteri stabiliti dal Masaf, in una regione come le Marche non è scontata", spiega Urbinati. "Il paesaggio forestale regionale è infatti caratterizzato in larga prevalenza da boschi di proprietà privata (oltre l’85%, incluse le proprietà collettive), spesso tipologicamente semplificati e in gran parte cedui (e quindi con brevi turni di utilizzazione), fortemente influenzati da una lunga e intensa storia di utilizzazione agro-silvo-pastorale che ha profondamente condizionato struttura e dinamiche dei soprassuoli. Non bastano alcuni alberi secolari nel bosco per definirlo vetusto, ma è necessaria una combinazione di caratteri strutturali non facile. È stato un po' come cercare un ago in un pagliaio, partendo dalla consultazione di materiale bibliografico, documentale e fotografico, informazioni e conoscenze dirette, segnalazioni dei Carabinieri Forestali e di altri esperti e conoscitori del territorio".

 

"Le foreste delle Marche occupano il 33-35% della superficie regionale e sono caratterizzate da 11 categorie forestali (10 arboree e una arbustiva)", continua Urbinati. "Escludendo i querceti di roverella e gli orno-ostrieti (fra i boschi maggiormente utilizzati a ceduo, che occupano da soli più del 50% della superficie forestale) e le formazioni antropogeniche (robinieti-ailanteti, rimboschimenti di conifere, formazioni ripariali e castagneti da frutto), rimangono solo cinque categorie principali: cerrete, leccete, boschi di latifoglie miste e faggete. Tra queste, le faggete, frequentemente situate in aree meno accessibili e a quote elevate, rappresentano le formazioni forestali con maggiore probabilità di ospitare lembi boschivi con caratteristiche di vetustà. Su 21 siti selezionati inizialmente, 18 erano faggete distribuite un po’ su tutto l’arco appenninico. Li abbiamo visitati e campionati tutti per verificare la rispondenza con i quattro criteri ministeriali".


Un albero morto a terra e, in primo piano, l'abbondante rinnovazione forestale, nel Bosco vetusto di Spina di Gualdo

Da questa lunga e approfondita indagine, solo due faggete sono arrivate a soddisfare pienamente i quattro requisiti previsti dalla normativa nazionale: una nel comune di Cantiano (PU), e una in località Spina di Gualdo, nel comune di Castelsantangelo sul Nera (MC).

 

La prima faggeta si estende in modo discontinuo per circa 40 ettari all’interno della più ampia Riserva Naturale Orientata del Bosco di Tecchie (160 ha), a sua volta inclusa Rete Natura 2000, nel sito ZPS/ZSC chiamato Serre del Burano. "Il Bosco vetusto di Tecchie è una faggeta mesofila submontana, con cerro, carpino nero, carpino bianco, tiglio, ciliegio e altre latifoglie", sottolinea Urbinati.

 

Il Bosco vetusto di Spina di Gualdo si estende, invece, per circa 13 ha all’interno della Macchia Grossa, una faggeta pura eutrofica di alta quota (circa 1.600 m s.l.m.) sviluppata sui suoli carbonatici del Monte Prata, nel Parco Nazionale dei Monti Sibillini, al di fuori della limitrofa Faggeta di San Lorenzo, ZSC della Rete Natura 2000.

 

"Dalle immagini storiche si evince che, nonostante il pascolamento pregresso, ambedue hanno copertura boschiva da ben più di 70 anni", spiega l'esperto, prima di elencare alcune curiosità.  

 

"A Spina di Gualdo abbiamo trovato diametri dei fusti che arrivano a 125 cm. Le altezze degli alberi risultano invece contenute, con valori generalmente inferiori ai 25 m. Nel Bosco di Tecchie, invece, il diametro massimo osservato è pari a circa 100 cm, mentre, grazie all’elevata fertilità del sito, gli alberi dominanti raggiungono altezze superiori ai 40 m. Le analisi dendrocronologiche attestano età particolarmente elevate dei faggi a Spina di Gualdo (oltre 350 anni), mentre a Tecchie gli alberi più vecchi non superano il secolo d’età. Le indagini sulla flora lichenica hanno ulteriormente confermato il valore ecologico di questi boschi, in particolare nel caso di Spina di Gualdo, dove è presente una notevole ricchezza di specie, fra cui Lobaria pulmonaria, indicatrice di boschi poco disturbati. Le due faggete si distinguono per la complessità delle biocenosi e, soprattutto, per la differente velocità con cui avvengono al loro interno i processi ecosistemici. Potremmo dire che quella di Tecchie è una faggeta vetusta più "giovanile" rispetto a quella di Spina di Gualdo".


Imponenti esemplari di faggio nel Bosco vetusto di Spina di Gualdo

Ma perché è davvero utile conoscere e conservare queste aree forestali, "inaspettate" in molti dei nostri territori?

 

"La necessità di conservare questi ecosistemi forestali è riconducibile a molteplici fattori di rilevanza ecologica e culturale", spiega Urbinati. "I boschi vetusti sono caratterizzati da strutture complesse che derivano da processi di rinnovazione, accrescimento, maturità, senescenza e di resistenza e resilenza ai disturbi naturali e antropogeni. Tali ecosistemi svolgono funzioni ecologiche di primaria importanza, ospitando un’elevata ricchezza di biodiversità e contribuendo in modo significativo al sequestro del carbonio atmosferico, nel suolo, nella biomassa e nella necromassa. I boschi vetusti, oltre a rappresentare un patrimonio naturale di straordinario valore per le loro strutture e funzionalità prossime a quelle delle foreste primigenie, possiedono anche un’elevata valenza culturale e storica, quali testimoni della relazione millenaria tra le società umane e gli ecosistemi forestali".

 

"Dal punto di vista gestionale", chiosa Urbinati, "le misure di tutela dovrebbero essere calibrate caso per caso: in alcuni contesti la totale assenza di interventi può rappresentare la soluzione più appropriata (ad esempio a Tecchie), mentre in altri casi la creazione di aree di rispetto attorno al sito può rappresentare una strategia efficace per garantire la tutela e la funzionalità ecologica dei nuclei vetusti (ad esempio a Spina di Gualdo)".

 

La regione Marche deve compiere ancora l’ultimo passo per la ratifica ufficiale dei due Boschi vetusti, che farà scattare l'iscrizione al Registro nazionale le conseguenti tutele. 

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