Contenuto sponsorizzato
Attualità | 31 ottobre 2025 | 13:30

"Cortina piange gli alberi abbattuti e teme frane". Come parlano i francesi delle opere olimpiche ampezzane? Il quotidiano "Le Monde" prende appunti in vista dell’edizione del 2030

Dissesto idrogeologico del cantiere dell’Apollonio-Socrepes, trasparenza negli appalti, sostenibilità dell’evento, cannoni sparaneve e pista da bob: queste le questioni al centro dell’indagine che il quotidiano transalpino ha dedicato alla sede bellunese dei prossimi Giochi invernali. La Francia ospiterà l'edizione del 2030: è quindi un osservatore privilegiato e auspicabilmente attento delle dinamiche olimpiche che hanno preso corpo nella conca ampezzana. Nel loro modo di leggere il caso italiano, si potrebbe intuire la direzione dei Giochi futuri

Questo articolo si rispecchia nei nove punti del Manifesto,
di cui il Comitato scientifico dell’AltraMontagna è garante.
Festival AltraMontagna

La terra ha parlato. A pochi passi dalla futura pista olimpica di Cortina d’Ampezzo, a fine agosto si è aperta nel suolo una fenditura lunga 30 metri”.

 

Così il quotidiano francese Le Monde, lo scorso 28 ottobre, apriva un approfondimento dal titolo: Giochi Olimpici 2026: nelle Dolomiti, il paesaggio sacrificato. A cento giorni dai Giochi invernali, Cortina d’Ampezzo piange gli alberi abbattuti e teme frane.

 

Al di là degli episodi sollevati dall’indagine di Le Monde, alcuni di questi trattati anche dal nostro quotidiano, ci sembra particolarmente interessante saggiare gli umori d’oltralpe rispetto all'ormai prossima edizione dei Giochi invernali. La Francia sarà infatti il paese ospite dell’edizione successiva delle Olimpiadi invernali, attualmente in corso di progettazione. C’è da supporre che, nel loro modo di leggere il caso italiano, si possano incontrare degli indizi utili per intuire la direzione (magari influenzata dalle taglio narrativo degli organi di comunicazione e dall'umore di molti cittadini) dei Giochi 2030.

 

L’articolo dedicato alla futura sede olimpica bellunese, inizia proprio con un focus sulla frattura apertasi a inizio settembre nel terreno ai piedi dell’ultimo pilone della nuova cabinovia Apollonio-Socrepes, pensata proprio per i Giochi Olimpici. Nel tempo, l’apertura si è estesa dai quindici metri fino ai quasi trenta attuali, con un dislivello di circa mezzo metro tra i due lembi dello squarcio.

 

L’argomento non è nuovo a L’Altramontagna, che, già allora, era intervenuta con più articoli in merito. Ne ricordiamo qui soltanto uno, nel quale, dando la notizia della faglia, avevamo accolto le riflessioni della consigliera comunale di Cortina Roberta De Zanna.

 

La geologa Carmen De Jong, dell’Università di Strasburgo, lanca un allarme attraverso Le Monde. L’esperta teme infatti che, “in caso di condizioni meteorologiche anomale durante i Giochi, come un improvviso rialzo termico con fusione della neve o piogge intense, la sicurezza di atleti, squadre e pubblico possa essere minacciata”.

 

“In paese, i più anziani trattengono il fiato” aggiunge il quotidiano con piglio narrativo. “Sapevano che la zona della fenditura è ad alto rischio, anche se lo sussurrano a bassa voce, in un luogo dove ogni opposizione ai Giochi è malvista”.

 

Le Monde non sbaglia di molto nel portare alla luce un certo malumore nella cittadinanza, scarsamente considerata nei processi decisionali che riguardano le scelte di gestione territoriale dettate dai Giochi. A riprova di questo stato d’animo, insieme alle comunità dell’alto bellunese, avevamo effettuato un sondaggio sulla percezione delle opere olimpiche a marzo 2025 (ne scrivevamo qui).

 

Un altro tema toccato è quello delle possibili infiltrazioni mafiose. Il giornale francese si affida alla voce di Luigi Casanova, direttore di Mountain Wilderness Italia, secondo il quale la mafia sarebbe ormai “concretamente presente nei Giochi”. Il riferimento questa volta va all’arresto delle tre persone accusate di “estorsione” aggravata dal “metodo mafioso”, coinvolte - tra le altre cose - anche in tentativi di infiltrazione negli appalti legati ai lavori per le Olimpiadi Milano-Cortina 2026. Anche di questo avevamo parlato in un articolo dell’8 ottobre.

 

Simico, dopo l’episodio, aveva rassicurato sull’attenzione alla legalità e alla trasparenza delle opere olimpiche, e manifestato il suo impegno affinché queste siano garantite durante l’intero iter connesso ai Giochi Olimpici Milano-Cortina.

 

Oggetto dell’indagine francese è poi la questione sostenibilità, esaminata attraverso lo sguardo di Vanda Bonardo. Secondo la presidente di Cipra Italia, “i cambiamenti che hanno interessato l’area di Cortina sono profondi e, in molti casi, irreversibili”.

Interessante, anche qui, è il commento di De Jong sull’impatto dell’industria sciistica. “Studi condotti nelle Alpi francesi e italiane hanno mostrato che una pista da sci è in media venti volte più impermeabile del suolo naturale ed è persino completamente impermeabile in media a partire da 20 centimetri di profondità”. Questo avrebbe un importante impatto sulla capacità di adattamento dell’ambiente.

 

Significativo a questo proposito l’editoriale di Marco Albino Ferrari, che rifletteva come l’uso dell’etichetta “sostenibile” venga utilizzato un po’ come passepartout, riadattandolo di volta in volta al contesto così da consentire al messaggio di passare senza troppe precisazioni.

 

Per concludere, lo sguardo dei colleghi d’oltralpe si concentra sulle infrastrutture, sul loro costo in termini economici e ambientali. Ad essere posti sotto i riflettori sono soprattutto la nuova pista da bob e la vasta rete dei cannoni di innevamento.

 

Se la temperatura media invernale era di -3,5 °C durante gli ultimi Giochi olimpici a Cortina, nel 1956 - segnala De Jong - ci si può attendere stavolta una media superiore di 4 °C, quindi una temperatura largamente positiva”. Questo dovrebbe dare una misura della necessità dell’innevamento artificiale per questa edizione.

 

La parola passa a Silverio Lacedelli, originario di Cortina, ex ingegnere idraulico-forestale di 75 anni. “(...) già ora - afferma Lacedelli riferendosi al nuovo impianto per il bob - è l’equivalente di 7.000 frigoriferi che devono funzionare a porta aperta per mantenere il ghiaccio della pista da bob”.

 

Questo massiccio dispendio energetico, ha comportato poi tutta una serie di ulteriori interventi collaterali, scrive Le Monde, a partire dalla vasca di stoccaggio acqua ad uso del sistema di innevamento delle piste da sci, ampliata a 120mila metri cubi (ancora insufficienti); fino all’abbattimento dei larici che hanno fatto spazio al serpentone della nuova pista da bob.

 

Nel primo caso, vista l’ancora insufficiente portata di questo bacino, Le Monde scrive che si prevede di pompare l’acqua dal Boite, lungo un dislivello di circa 800 metri. Questione sulla quale rimane scettica Carmen de Jong. Secondo la geologa, la portata del fiume non basterà e “nel peggiore dei casi si rischia di vedere la neve consegnata in elicottero”.

 

A proposito degli alberi abbattuti laddove è sorta la pista, a nulla valgono ormai il rammarico e le memorie di Silverio Lacedelli, che a Le Monde dichiara: “Quei larici, sotto i cui rami passarono i soldati della prima guerra mondiale, erano un pezzo della nostra storia e furono piantati per combattere l’erosione del suolo, all’indomani di una frana che aveva spazzato via due villaggi”.

 

La stessa comunicazione attorno quel “simbolo di eccellenza” - come viene descritta la pista da bob dal Presidente della Regione Veneto - solleva sospetti. Ne parlavamo qualche giorno fa in un breve editoriale.

 

“Già aleggia lo spettro del dopo”, conclude Le Monde. “L’infrastruttura si aggiungerà alla lista degli ‘elefanti bianchi’, quelle strutture sovradimensionate che inquinano le montagne e diventano inutili dopo un evento effimero?” si chiedono i francesi. “Molti lo temono in un paese che conta meno di cento tesserati di bob”.

 

Molte di queste tematiche erano già emerse, in vario modo, da tutta una serie di interventi e occasioni di dibattito che hanno gravitato negli attorno ai vari cluster di queste olimpiadi diffuse. Si legga, a mo’ di esempio, questo articolo, in cui raccontavamo una di queste iniziative promossa da Protect Our Winters Italy (POW Italy).

 

In quest’articolo, superato il rammarico per l’opportunità mancata di quest’edizione italiana delle Olimpiadi invernali, ci chiedevamo cosa potessimo imparare per il futuro. Il quesito rimane più che mai valido, e viene esteso ai cugini d’oltralpe. La speranza è che i nostri successi ed errori, e soprattutto le riflessioni che su di essi abbiamo costruito, possano essere un gradino da cui partire nell’organizzazione dell’edizione 2030; e che l’evento possa rivelarsi anche l’occasione per assottigliare i confini tra le nazioni alpine.

SOSTIENICI CON
UNA DONAZIONE
Contenuto sponsorizzato
recenti
Alpinismo
| 08 maggio | 06:00
"Le Dolomiti erano in tempesta e noi, come naufraghi privi di veliero, annaspavamo in quel mare di roccia. Con le [...]
Storie
| 07 maggio | 19:00
In un'epoca in cui molti paesi rischiano di scomparire nella memoria umana, esperienze come questa mostrano come la [...]
Attualità
| 07 maggio | 18:16
La zoologa e ricercatrice, che da vent'anni si dedica alla coesistenza tra uomini e lupi, ha voluto esprimersi in [...]
Contenuto sponsorizzato