L'abete più raro del mondo è in Sicilia: una specie ritenuta scomparsa e poi riscoperta. Ma quali sono i caratteri distintivi della specie?

Alberi dimenticati #18 / Forestpaola ci racconta la storia di un abete inserito nella Lista Rossa dall’Uicn (Red List of Threatened Specie Unione mondiale per la conservazione della natura) fra le specie a pericolo critico: una specie relitta, una sorta di fossile ancora vivente

Avete presente quel video che spesso gira sui social dove partendo da una persona che prende il sole in giardino e ingrandendo la scala vedi quanto (poco) conti a livello mondiale? Ebbene, questa volta noi facciamo esattamente al contrario e partendo dalla Terra avvicinandosi sempre più all’Italia e poi alla Sicilia, successivamente ai monti Nebrodi e infine alle Madonie potremmo trovare una piccolissima area dove vivono 30 ultimi esemplari dell’abete delle Nebrodi o delle Madonie, nome scientifico Abies nebrodensis.

Poiché allo stato naturale esiste un numero davvero esiguo di piante, nel 2016 questo abete è stato anche inserito nella Lista Rossa dall’Uicn (Red List of Threatened Specie Unione mondiale per la conservazione della natura) fra le specie a pericolo critico: questa categoria riunisce quelle specie la cui popolazione è diminuita del 90% in dieci anni o quando il suo areale si è ristretto sotto i 100 chilometri quadrati o, ancora, il numero di individui riproduttivi è inferiore a 250. Al di sotto di questo scalino la specie viene considerata naturalmente estinta (quando ne esistono solo alcuni esemplari nei giardini, zoologici o botanici) o estinta del tutto.
Ma perché questa specie è così poco rappresentata, se i suoi cugini, in primis Abies alba, cioè l'abete bianco, vegetano tranquillamente sulle nostre montagne?
Ebbene, le cause vanno ricercate non solo nella frammentazione sempre maggiore delle aree in cui vegeta l’Abete delle Nebrodi, ma anche nella conseguente autofecondazione degli individui che ne determina quindi un impoverimento genetico e a cascata un indebolimento della specie stessa.
Se si considera poi che questa specie cresce su terreni rocciosi e poveri, spessi soggetti ad erosione e pure in passato particolarmente pascolati, si capisce immediatamente che il progetto di conservazione e recupero non è affatto semplice.

Ma quali sono i caratteri distintivi della specie? Innanzitutto va chiarito che solo negli ultimi decenni l’Abete delle Nebrodi è stato rivalutato da sottospecie dell’abete bianco a specie a sé stante; è un albero che raggiunge massimo 10-15 metri d'altezza; d’altronde non potevamo aspettarci altro da una pianta che vegeta su terreni poveri, giusto?
Presenta aghi lunghi fino a un centimetro, decisamente rigidi e di un colore verde scuro; gli strobili, quelli che comunemente chiamiamo pigne, sono eretti, grandi fino a 20 centimetri e si sfaldano proprio come per l’abete bianco prima della caduta (quindi guai a cercare pigne intere a terra, potreste prendere una bella bacchettata dai botanici!).
Insomma, in tutto e per tutto a un occhio meno esperto sembrerebbe proprio un abete bianco, ma la genetica non mente.

Come fanno a recuperare e conservare questa specie? Ebbene, si lavora sulla cosiddetta "nursery", quindi attualmente si allevano in altri luoghi ben 4.000 giovani individui con corredo genetico eterogamo (quindi evitando l’autoimpollinazione) pronte poi per riforestare nuove aree ritenute idonee alla specie.
E chiaramente si tutelano i trenta esemplari ancora presenti; in tempi lontani, quando ancora i social erano solo immaginazione, durante un viaggio nella splendida Sicilia ho avuto la fortuna di imbattermi in questi alberi e guardandoli ho cercato proprio di imprimermeli nella mente, considerando che stavo ammirando una specie relitta, una sorta di fossile ancora vivente, ai miei occhi di giovane forestale bello quanto un T-rex!


Dottoressa forestale libera professionista e Accompagnatrice di territorio del Trentino.
Nata a Firenze, vive in Trentino nella piccola Valle dei Mòcheni. Qui si occupa di boschi 365 giorni all'anno, per questo tutti ormai la chiamano solo "Forest".
Racconta la sua vita nella media montagna, il suo duplice lavoro di dottoressa forestale e di divulgatrice ambientale, il tutto sempre con un sorriso.














